Commenti 11 Dec 2019 16:36 CET

Ecco perché alla gente piace essere colpevolista

Le condanne ci sembrano più giuste dell’assoluzione: è difficile accettare che si può essere nei guai senza aver fatto nulla

Come avvocato che si muove anche in società al di fuori del contesto professionale, spesso mi sento chiedere da amici e conoscenti “ma come fai a difendere uno così che è accusato di aver fatto questo quando è sicuramente colpevole?”. Altre volte mi trovo in qualche circostanza, per esempio televisiva, in cui mi appare evidente che l’orientamento è tutto schierato dalla parte dell’accusa.La prima domanda a cui voglio rispondere è perché la gente è in generale, diciamo, colpevolista.

Quando interpretiamo gli eventi naturali e sociali, quando effettuiamo delle scelte, giudichiamo la nostra e l’altrui condotta, intraprendiamo azioni benefiche evitando eventi dannosi, o quando semplicementerimediamo a effetti negativi, siamo orientati dal ‘ senso comune’, cioè il patrimonio di conoscenze generali che gruppi di persone condividono ( ad esempio, senso comune del mondo occidentale è che la mente sia cosa diversa dal corpo, oppure che il mondo naturale esista indipendentemente dalla percezione che l’uomo ha di esso,…).

Tali credenze possono essere sia esplicite, come, per esempio, il dualismo mente e corpo, che implicite, che inferiamo dall’osservazione. Tra queste ultime, vi è la convinzione che il mondo sia giusto, cioè che il mondo sociale sia governato da principi di giustizia. Tutto quello che otteniamo o ci capita, è meritato e meritiamo tutto quello che abbiamo o che ci capita.

Normalmente dunque, ciò che accade è corretto e le decisioni che si possono prendere nei nostri confronti sono giuste, è per questo che le sentenzedi condanna ci sembrano sempre più giuste di quelle di assoluzione.La ragione di questa illusione appare essere semplicemente protettiva. Se il mondo sociale, infatti, fosse intrinsecamente ingiusto diventerebbe imprevedibile e dunque non controllabile.

Noi dobbiamo credere che se uno ha dei guai con la giustizia è perché qualcosa ha fatto, perché diversamente opinando vorrebbe dire credere che uno potrebbe essere nei guai anche senza aver fatto niente. La credenza in un mondo giusto rappresenta un bisogno fondamentale per l’uomo, ossia il bisogno di credere che il mondo nel quale ci si trova sia un luogo in cui le persone ricevono ciò che meritano in base alle proprie azioni.

Il sentimento di giustizia orienta le persone nell’interpretazione degli eventi naturali e sociali e permette di regolare la propria condotta e giudicare quella degli altri. Si crea una condizione di difesa psicologica dietro la quale la persona arriva a credere che se non si comporterà in un certo modo, non correrà quel rischio.

Evidenze empiriche dimostrano che credere che le persone ‘ buone’ vengano ricompensate e quelle ‘ cattive’ punite influenzi il comportamento umano, in particolare per quanto riguarda la condotta altruista: ad alcuni studenti è stato chiesto se credessero o meno nel mondo giusto; sono stati poi ricontattati due volte per capire se sarebbero stati disponibili a dedicare il loro tempo per partecipare ad un esperimento. Pochissimi di loro, a prescindere che credessero o meno in un mondo giusto, hanno accettato se contattati durante l’anno. Se chiamati invece, all’inizio della sessione d’esame, hanno mostrato una maggiore disponibilità gli studenti che avevano affermato di credere in un mondo giusto. Il pensiero motivante sarebbe il seguente: se faccio qualcosa di buono, è facile che mi succeda poi qualcosa di altrettanto buono, ovvero è facile che possa superare l’esame che sto per sostenere.

L’incoerenza, la dissonanza cognitiva, che proviamo di fronte alle palesi ingiustizie di tutti i giorni, anziché mettere in dubbio l’illusione, ci induce ad autoinganni che consentono la perseveranza della credenza costruendo una cintura protettiva di carattere cognitivo.

Ecco perché tendiamo a colpevolizzare la vittima innocente e re- interpretiamo la causa del danno come frutto di negligenza o delle caratteristiche della vittima spericolata: una tipica inferenza, per esempio, è ritenere che se una donna viene stuprata è perché frequenta zone pericolose o veste in maniera provocante.

Una vittima completamente innocente potrebbe minacciare la visione che il mondo sia giusto innescando l’idea che a chiunque, dunque anche a noi, possa capitare un’ingiustizia e così quanto più si è vittime di un evento negativo tanto più si è percepiti come maggiormente responsabili della situazione.

In un mondo non giusto non sarebbe il caso di investirci energia, risorse e, per questo, ciò che capita agli altri diventa importante per ciascuno di noi. Se la vita li tratta giustamente, confermiamo il nostro preconcetto, se invece il destino li tratta ingiustamente, abbiamo bisogno di ristrutturare gli avvenimenti. L’attività subacquea, la box, il paracadutismo non sono sport pericolosi: ‘ gli è capitato quello che gli è capitato perché non è stato attento. A me non capiterà perché io sto attento’. Così ragionano coloro che praticano questi sport dopo un incidente.

Ovviamente tale illusione deve essere tanto più forte quanto più si intende investire a lungo termine intraprendendo condotte dirette verso un fine ambito: se le persone credono nel mondo giusto saranno motivate a proteggere il proprio senso di giustizia anche di fronte a eventi contrari.

Un altro meccanismo protettivo comune è ritenere che la giustizia arrivi o presto o tardi e che il tempo sia galantuomo. Anche per questo ci sono leggi e tribunali. In qualche caso, addirittura, si ritiene che la giustizia arrivi in un altro mondo, solo quando il tempo terreno ormai è scaduto.

Talvolta applichiamo anche un meccanismo di diniego in cui cancelliamo dalla nostra mente il fatto di cui siamo testimoni, oppure come accennato sopra, re- interpretiamo l’esito. Per esempio, possiamo credere che un licenziamento sia una buona occasione per trovare un posto migliore, allontanandosi da un ambiente non del tutto stimolante.

Costruiamo dei metamondi: uno in cui viviamo noi, ove vige la regola che il mondo sia giusto, l’altro, quello pervaso dalle ingiustizie in cui ci sono vittime disgraziate della sfortuna, della ingiustizia casuale.

Solo quando ci rendiamo conto di quanto l’ingiustizia sia pervasiva sulla terra ne accettiamo la realtà e, per esempio, dopo aver soppesato costi e benefici di un possibile intervento, di fronte ad una vittima innocente siamo portati a soccorrerla e non a colpevolizzarla.

L’autoinganno svanisce e l’uomo si trova di fronte all’amara realtà: vivendo, non tutto ciò che di male ci capita, lo meritiamo. Questo vale per gli altri ma anche per noi stessi. La seconda domanda a cui voglio rispondere è quella che mi viene spesso rivolta quando parlo della mia professione.

Quello che occorre far capire per far comprendere bene cosa faccia un avvocato è che le persone possono essere difese da innocenti o da colpevoli, il dramma nella vita “è che tutti hanno le loro ragioni”.

Nel corso della mia carriera professionale ho raccolto una serie di principi che estraggo anche da alcune perspicue sentenze di legittimità, che dovrebbero guidare il processo e, dunque, l’attività del difensore: 1) Nessuno può difendersi da solo, anche se fosse il più bravo penalista del Paese ( d’altronde un adagio che gira tra gli avvocati anglosassoni recita: “Chi fa l’avvocato di sé stesso ha un imbecille per cliente!”); 2) Il difensore deve mediare tra ciò che l’assistito intende dichiarare, la plausibilità e la verosimiglianza della storia, i propri valori, il codice di procedura penale e il codice deontologico; 3) Si può difendere da innocente, per esempio sostenendo che non ha compiuto il fatto, o da colpevole, affermando che ha sì compiuto il fatto ma che questo può essere in vari modi spiegato e giustificato al fine di ottenere delle attenuanti o delle giustificazioni: è stato provocato, è incapace di intendere e volere, ha agito per legittima difesa, per stato di necessità; 4) Il sistema tollera che un colpevole sia in libertà ma non tollera che un innocente sia in carcere; 5) Per condannare ci vuole la certezza della colpevolezza dell’imputato, per assolvere non serve la certezza dell’innocenza ma basta la non certezza della colpevolezza; 6) Compito del difensore è di seminare dubbi ragionevoli sulla strada che il Giudice dovrà compiere per arrivare alla propria decisione di innocenza e di colpevolezza; 7) Il difensore deve essere obiettivo ( per quanto riguarda la valutazione dei fatti), ma non può essere neutrale ( stante che ha un antagonista che tale non è).