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Il ritorno in grande stile di Conte. Obiettivo: palazzo Chigi

Sembra già lui il candidato del sinistra-centro, il progressista in capo, colui che tornerà nel Palazzo che conta senza il favore delle tenebre

03 Aprile 2026, 18:17

Il ritorno in grande stile di Conte. Obiettivo: palazzo Chigi

È già tutto pronto, tutto apparecchiato, tutto così premeditato. Il libro in uscita il 14 aprile (Una nuova primavera, lo pubblica Marsilio, fu casa editrice di estrazione socialista), le cento iniziative in altrettante piazze “aperte a tutti, non solo alla nostra comunità”, le interviste televisive a tappeto. E quel tono, quella postura che sembra un’impostura, ma che viene rilanciata e certificata da Rosy Bindi via Corriere della Sera: «Riconosco a Conte di avere una postura internazionale e di essere stato un buon presidente del Consiglio, per come ha gestito il Covid e per aver ottenuto il Pnrr. Senza quei soldi l’Italia sarebbe allo scatafascio».

Non lo stanno vedendo arrivare, Beppe Conte, l’avvocato del popolo, il pater familias degli italiani, pronto a fare il ri-presidente del Consiglio. O forse l’hanno visto fin troppo bene, d’altronde mica si nasconde, anzi; è tutto così alla luce del sole che al posto del retroscena c’è direttamente la scena. Oui, Je suis Catherine Deneuve, pardon, Beppe Conte. È in piena campagna elettorale, il leader del M5S, che punta su un elemento estremamente rassicurante, specie di questi tempi: lui, a differenza di altri, lo ha già fatto il capo del governo. Dunque non si nega e non ci nega niente, l’ex presidente del Consiglio, che ha pure pranzato in un ristorante di Roma con Paolo Zampolli, amico di Donald Trump, e Rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali.

La storia è ormai nota: l’incontro è stato intercettato da un giornalista di Libero, che poi ci ha fatto un articolo. L’incontro, ci ha tenuto poi a spiegare Conte sul quotidiano diretto da Mario Sechi, è «avvenuto su precisa richiesta del sig. Zampolli, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di “Spe­cial Envoy of the President Trump for Glo­bal Partnerships”. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito a questo incontro e non avendo segreti di sorta ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma». T

raduciamo quello che sta dicendo Conte: io sono stato invitato da un amico di Trump, quello che mi chiamava Giuseppi e che fa pur sempre il presidente degli Stati Uniti d’America. Scrivo d’avergliene pure dette quattro, a Trump, via Zampolli, sull’Iran, le guerre, il furore bellicista, eccetera eccetera, tanto chi può smentirmi? E gli altri? Che fa Elly Schlein, eh? Chi la conosce oltreoceano?, sembra dire Conte, che lascia ad altri il compito più antipatico, cioè spiegare le cose come stanno. È lo stesso Zampolli al Corriere ad affermare di non aver incontrato la segretaria del Pd, perché «non la conosco. Non so chi sia».

Schlein, chi? Sembra un copione renziano, con Conte al posto di Renzi e Stefano Fassina (ve lo ricordate, sì, Fassina) al posto di Schlein. Come disse una volta il leader di Italia viva e, pure lui, ex presidente del Consiglio, quando era candidato a Firenze, mettersi la cravatta in campagna elettorale era importante perché uno doveva dare l’impressione di voler fare il sindaco. Lo diceva rivolto all’avversario Giovanni Galli, sì, l’ex portiere, che aveva l’abitudine di non indossare cravatte. Perché in fondo, ha ragione Bindi, è tutta una questione di postura, anche quando è appunto solo impostura.

Sicché: il libro, le interviste, il tono. L’aria di chi ha già visto il mondo ed è pronto a vederlo di nuovo. Non da turista della democrazia, ma da leader di coalizione, da punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti, e di governo. Conte peraltro la cravatta se la mette e qualcuno dice che parli pure con Renzi. Sulla copertina del suo libro è in camicia bianchissima e stiratissima, neanche una piega, siamo oltre le camicie no stiro di Brooks Brothers. Sarà l’intelligenza artificiale, vai a sapere. La trasversalità di Conte non ha invece bisogno di essere stirata, nemmeno stiracchiata, è cosa nota, gli unici a non conoscerla sembrano quelli del Pd che gli vanno ancora appresso. Un giorno governa con la Lega, il giorno dopo con il Pd. Il terzo giorno si vedrà. Qualcuno, a sinistra, ha visto in lui l’Enrico Berlinguer degli anni duemila e venti, qualcun altro un modo per farsi perdonare le ipotetiche colpe del passato, l’ingraismo della sinistra che si scioglie nel popolo.

Il M5S per il Pd è sempre stato un surrogato del rapporto con l’elettorato di sinistra, un mestiere che il partito oggi governato da Schlein aveva smesso di fare, delegandolo ad altri. Conte è perfetto, un politico che è sia Zelig (nel senso woodyalleniano), sia Zeitgeist (nel senso dello spirito del tempo). Non gli puoi insegnare niente, perché mentre quelli parlano di salario minimo e rider, lui è già altrove, a parlare di primarie, di programma, sembra già lui il candidato del sinistra-centro, il progressista in capo, colui che tornerà nel Palazzo senza il favore delle tenebre, senza operazioni di ingegneria parlamentare ma con la benedizione della gggente, che desidera il leader (o la leader) forte salvo stufarsene dopo poco, neanche fosse l’ultimo iPhone da rottamare l’anno successivo. Ora c’è Meloni Pro Max 17, ma l’anno prossimo ci potrebbe essere Conte Pro Max 18, per la gioia dei cattolici comunisti, o dei comunisti cattolici, che preferiscono le pochette alle assemblee studentesche, la fluidità politica - il gender non c’entra - al socialismo democratico di chi vorrebbe importare Pedro Sánchez e Zohran Mamdani dalle nostre parti, tra Predoi e Lampedusa, sperando che funzioni.