ANGELO BONELLI POLITICO, GIUSEPPE CONTE POLITICO, NICOLA FRANTOIANNI POLITICO, ELLY SCHLEIN POLITICO, ROBERTO GUALTIERI SINDACO DI ROMA
Se Giuseppe Conte non è proprio riuscito a rovinare la festa referendaria al Pd c’è quanto meno andato vicino. Ancora oggi, a giorni di distanza dalla conferenza stampa convocata a sorpresa dal leader del Movimento 5 Stelle subito dopo il trionfo del No nelle urne, anche solo nominare l’avvocato, nel partito di Elly Schlein, significa agitare il proverbiale drappo rosso di fronte al toro.
Il Pd è furibondo, non solo e non tanto perché Conte gli ha rubato la scena imponendo come argomento principe le primarie invece che i festeggiamenti per la prima vittoria da lunga pezza: soprattutto perché, a questo punto, evitare le primarie diventa quasi impossibile. Non a caso Elly Schlein è stata costretta a convocare a stretto giro una propria conferenza stampa, nella quale non poteva che dirsi a denti stretti pronta ad accettare il metodo indicato dall’ “avvocato del popolo”. Al Pd le primarie non piacciono affatto. Non manca chi ancora immagina di poterle evitare tirando fuori dal cilindro un terzo nome “neutrale”, una sorta di “Papa straniero” modello Romano Prodi 1996. È una chimera. Conte probabilmente non lo accetterebbe, ma soprattutto non lo accetterebbe Elly Schlein, perché la segretaria del Pd vuole fortissimamente essere candidata prima ed, elettori permettendo, presidente del Consiglio poi.
Dunque le primarie saranno a questo punto inevitabili, e sono un salto nel buio. A livello nazionale sono infatti una novità assoluta, almeno se le si intende come vere primarie. Quelle del 2006, infatti, di vero non avevano nulla: la vittoria di Prodi era scritta in anticipo, la partecipazione di Fausto Bertinotti serviva soprattutto a legittimare il suo rientro nel centrosinistra dopo lo strappo del 1998. Primarie sì, ma solo per modo di dire. Primarie vere ci sono state invece all’interno dei partiti, e sono state quasi sempre laceranti e divisive: esperienze tutt’altro che serene. Ci sono poi state primarie di coalizione in diverse realtà locali e amministrative, e per il Pd non è mai andata particolarmente bene.
Lo strumento viene guardato con giustificato timore e nessuno si nasconde che, senza la rete di protezione della candidatura di partito, le quotazioni di Conte e il rischio che sia lui l’incoronato sono alti. Ma la strada indicata dall’ “avvocato del popolo” è al buio anche perché non è affatto chiaro come dovrebbe svolgersi la consultazione. Voteranno solo gli iscritti ai partiti oppure si tratterà di primarie aperte, come quelle che, sovvertendo il verdetto degli iscritti al Pd, portarono tre anni fa alla vittoria di Elly Schlein?
Conte, forte di una vasta popolarità e di notevoli capacità oratorie, punta naturalmente sul secondo modello: primarie aperte, in cui possa votare chiunque. In sospeso la questione del quorum. Se i candidati fossero numerosi, come non è affatto escluso, si potrebbe arrivare a un candidato premier scelto dal 30-35 dei voti, ben lontano dalla maggioranza assoluta. Da qui un ulteriore nodo: prevedere o meno un ballottaggio? Primarie a turno secco o a doppio turno? Inevaso resta poi il nodo del rapporto tra la definizione del programma e quella del candidato. Pierluigi Bersani, politico della vecchia scuola e di lungo corso, suggerisce una sorta di articolazione in due tempi: prima la definizione di quattro o cinque punti forti di programma comuni, poi, eventualmente, le primarie sul candidato. Il punto è che, se quei quattro o cinque punti fossero davvero cogenti, finirebbero per esaurire l’intero programma di governo. Non si capirebbe più perché ricorrere alle primarie. Con un programma già definito e condiviso nei particolari, il voto finirebbe inevitabilmente per riguardare solo l’indice di popolarità, la capacità comunicativa, la resa televisiva dei candidati e per il centrosinistra non è una via percorribile. Però se, al contrario, le candidature implicassero accenti realmente diversi su punti salienti come la politica estera, la prova elettorale lascerebbe come eredità lacerazioni tali da rivelarsi potenzialmente disastrose nelle elezioni politiche.
A complicare ulteriormente il tutto c’è l'incognita della legge elettorale. Se Meloni riuscirà a imporre il suo modello, con premio di maggioranza e indicazione del candidato premier nel programma, i giochi saranno davvero chiusi con le primarie. Con la legge attuale, o comunque con una legge che non obblighi a indicare il candidato, invece no. A seconda del risultato la partita potrebbe riaprirsi e allora sì che spunterebbero le “carte coperte” di non pochi dirigenti del Pd, a partire dal king maker Dario Franceschini: la sindaca di Genova Silvia Salis e ancor di più quello di Napoli Gaetano Manfredi uscirebbero fuori dalle amiche dei volponi del Nazareno.
Anche per questo Elly Schlein, a differenza di quasi tutti i dirigenti del suo partito, sarebbe tentata dal non ostacolare troppo la strada alla legge elettorale di Meloni, che la metterebbe al riparo dagli imprevisti il giorno dopo le elezioni.