Mercoledì 25 Marzo 2026

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L'analisi

Meloni non ha perso soltanto il referendum ma qualcosa di più grande: l’ipoteca sul Quirinale

La scommessa politica di Palazzo Chigi, in caso di vittoria, avrebbe consentito la modifica della legge elettorale col favore dell'elettorato

25 Marzo 2026, 08:24

Meloni non ha perso soltanto il referendum ma qualcosa di più grande: l’ipoteca sul Quirinale

Meloni al Quirinale da Mattarella

Giorgia Meloni non ha semplicemente perso il referendum. Ha perso il Quirinale.

Un diverso risultato, una vittoria in una consultazione popolare su una riforma costituzionale che - comunque la si pensi - avrebbe delineato un diverso allineamento nell’equilibrio tra poteri dello Stato, avrebbe portato in dote al governo la forza politica necessaria ad imporre una legge elettorale fortemente premiante per la coalizione in carica. Una legge elettorale da passare magari a maggioranza semplice, coi soli voti disponibili alla coalizione. Fornita di un premio di maggioranza tale da permettere alla destra di governo di eleggersi in autonomia - da sola e senza alcun contraddittorio con l’opposizione - tutte le figure di garanzia che richiedono consensi altissimi in Parlamento. A cominciare dal presidente della Repubblica. Il ruolo che è sempre stato, per la destra che una volta si definiva “in doppiopetto”, l’Araba Fenice. Adesso, pur calendarizzata a razzo per la prossima settimana la legge elettorale in Parlamento, difficile che la maggioranza possa operare forzature. Difficile immaginare altro che un percorso in salita.

Perché per il governo tutto, ora, è molto più difficile. Sono mutate le condizioni politiche. Con l’alta partecipazione al referendum, e la vittoria dei no che supera di oltre 3 milioni i consensi che l’attuale maggioranza ha preso alle politiche del 2022, forzare la mano significherebbe mettersi contro il Paese reale, e questo a un anno dal fine legislatura, ovvero delle elezioni politiche. Gli stessi compagni di partito di Meloni potrebbero avere dubbi, ed esprimerli, temendo di non essere rieletti. I malumori sono già cominciati, a partire dall’eccessiva vicinanza a Donald Trump della premier italiana, mentre “noi eravamo anti americani”, come già sussurra qualcuno da Via della Scrofa.

Dunque non vi sono più le condizioni per varare d’imperio l’agognato premierato, non per una legge elettorale spericolata -che magari rischierebbe di finire impugnata dalla Consulta, come tutte le leggi con premi di maggioranza esorbitanti- e non, last but not least, per tentare la scalata al Colle. Che intendiamoci, non necessariamente Meloni avrebbe voluto per sé stessa, come da sua smentita di qualche tempo fa (ma del resto questo si fa davanti a preciso quesito che riguarda brame quirinalizie: si nega, fortissimamente si nega).

E del resto, se è il governo a scrivere una legge costituzionale - e di quella portata - imponendola non solo all’opposizione ma a tutto il Parlamento, propria maggioranza compresa, che remore avrebbe mai potuto avere a ritagliarsi una legge elettorale come un abito su misura?

Ora invece tutto diventa difficile, come si diceva, per la portata della sconfitta. Che la presidente del Consiglio doveva temere fortemente, tanto da esporsi fortemente e personalmente nell’ultima settimana di campagna elettorale, e con ogni mezzo di comunicazione possibile. Perché a tradire Meloni e la sua maggioranza sono stati i giovani, e soprattutto il Sud. Quel Sud che degli eredi dell’MSI di Giorgio Almirante - Alleanza Nazionale prima, Fratelli d’Italia poi - è da sempre il granaio di voti. Stavolta, il Sud ha rivaleggiato con il Centro nel notificare il No alla tentata riforma, con punte del 75,5 per cento nei capoluoghi di provincia come Napoli.

Hanno contribuito infatti al No 6,3 milioni di cittadini al Nord (han votato Sì 6,4 milioni, concentrati in 3 sole regioni, Lombardia, Veneto e Friuli), ma al Sud i No sono stati 4,6 milioni, contro i 3 per Sì. E si noti che, a parte quelle tre regioni del Nord, in tutte le altre è stato maggioranza il No. Ma ha votato contro la riforma -si stima- anche oltre l’11 per cento dell’elettorato meloniano, cosa che non deve stupire perché nella tradizione politica missina il giustizialismo fu una corrente forte, e tempestosa: si trattava di puntare il dito contro i partiti che si spartivano il potere, escludendo l’MSI, nella lunghissima stagione della prima Repubblica. E infatti dentro Fratelli d'Italia sono già iniziati i mal di pancia, un critico di lungo corso dell’attuale linea di FdI come Fabio Rampelli - che pure è attualmente vicepresidente della Camera - parla di “troppo risentimento verso i giudici”. Come dire: le nostre origini erano a favore dei PM, aver imboccato la strada opposta ha portato a questo risultato.

Ma, per guardare alla coalizione di governo, il No è stato espresso anche da più del 14 per cento degli elettori della Lega e, incredibilmente dato che si tratta della separazione delle carriere tanto cara a Silvio Berlusconi, anche da quasi il 18 per cento di chi vota Forza Italia.

Davanti a una sconfitta di questa portata, e verrebbe da dire davanti a un simile abbaglio dati i risultati, tutto consiglierebbe di reagire il più rapidamente possibile, come Meloni ha mostrato di voler fare spingendo alle dimissioni ieri pomeriggio la capo gabinetto di Nordio e il sottosegretario Delmastro. E alle viste potrebbe esserci anche un rimpasto di governo. Ma Meloni dovrebbe insospettirsi anche del fatto che dall’opposizione, in Parlamento, nessuno chieda le sue dimissioni: al Campo Largo conviene, e non poco, arrivare alle prossime politiche con una Meloni azzoppata a Palazzo Chigi, piuttosto che darle l’occasione di riprendersi spingendo i suoi a far quadrato attorno alla sua leadership.

Nè sembra una buona idea quella circolata alla vigilia della consultazione, e per la quale Meloni si dimetterebbe tentando la via delle elezioni anticipate. Come è noto, il potere di scioglimento delle Camere è nelle mani del presidente della Repubblica. Perché poi è lì che nascono e muoiono i sogni di ogni governo. Al Quirinale.