Il punto di vista
ARTURO PARISI, EX MINISTRO
Giuliano Pisapia prima e Marco Minniti prima, Arturo Parisi poi. In mezzo, tanti altri esponenti di Sinistra che hanno scelto di votare Sì e rendere pubblica la propria decisione, perché «Meloni passa, la riforma resta».
Ma ultimo in ordine di tempo è stato l'ex ministro della Difesa del secondo governo Prodi, quel Parisi che di Prodi appunto non fu solo ministro ma anche qualcosa di più, in un governo traballante com'era il secondo esecutivo del Professore e che nel titolare della Difesa vedeva uno dei punti fermi.
Finora si era sempre negato ai giornalisti, i quali, sottoscritto compreso, erano consci della possibilità che Parisi potesse votare Sì, visto il profondo animo riformatore che lo contraddistingue e un certo astio verso qualunque forma di conservatorismo, compresa quella di certa magistratura. Ma per uscire allo scoperto l'ex ministro della Difesa ha scelto proprio la Sinistra per il Sì, con un testo pubblicato da Libertà Eguale, l'associazione degli ex parlamentari dem Enrico Morando e Stefano Ceccanti.
«Andrò a votare per difendere la democrazia, voterò Sì per fare avanzare una giustizia garantista - scrive Parisi - Tuttavia debbo confessare che la mia determinazione a onorare sempre e comunque la conquista del diritto di voto questa volta è stata messa a dura prova». Infatti, spiega Parisi, «non possiamo dimenticare che i cittadini sono chiamati al voto per la promulgazione della legge di revisione della Costituzione sulla separazione delle carriere dei magistrati approvata dalle Camere per un motivo preciso. Prima che per il fatto che il referendum è stato richiesto nelle forme previste dalla Costituzione, ciò è avvenuto perchè la legge è stata approvata con una maggioranza che neppure nella seconda delle due deliberazioni previste ha raggiunto nelle due Camere la maggioranza dei due terzi dei componenti. Questo sta a ricordare che la legge è stata approvata senza alcun coinvolgimento dell'opposizione di centrosinistra in contrasto con lo spirito della norma per la revisione della Costituzione che spinge preferenzialmente a un largo accordo trasversale sulla base di un confronto approfondito e aperto come nella Costituente», aggiunge Parisi. Di conseguenz, «sottoporre ai cittadini un quesito valutabile solo a partire dal possesso di conoscenze sul merito e sulle conseguenze della decisione indisponibili alla maggioranza di essi, significa abbandonarli al brutale scontro tra slogan e al richiamo delle appartenenze politiche che ha dominato finora la campagna referendaria» e secodo Parisi «basterebbe questo a motivare un secco No d'istinto per punire chi ci ha portati così al referendum».
Poi però Parisi va oltre. «Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del Giudice tra chi accusa e chi difende - argomenta - Tutto il resto deriva di conseguenza: a cominciare dalla previsione di due CSM e da norme, prassi e procedure che contrastino la consanguineità tra i due diversi tipi di magistratura. Voterò Sì, come ho detto, senza illusioni che questo basti a soddisfare la domanda di giustizia dei cittadini, ma neppure che la riforma produca gli effetti promessi in tempi brevi. Sono infatti convinto che ci vorrà tempo prima che sia trovato l'equilibrio cercato a garanzia del cittadino». Nonostante questo Parisi spiega di non avere illusioni di vittoria: «Non riesco infatti a dimenticare come da troppo tempo il Paese sia attraversato a destra come a sinistra da tempeste ricorrenti di populismo di tipo qualunquista». Per quanto riguarda la parte sinistra chiaro l'attacco al M5S di Giuseppe Conte, e forse anche al Pd di Elly Schlein. E infine: «Voterò Sì per dare testimonianza alla continuità del percorso aperto oramai più di trenta anni fa dal movimento per la trasformazione della nostra democrazia da consociativa a competitiva che accomuna ancora oggi gran parte delle persone scese in campo come Sinistra per il Sì».
Un messaggio accolto benevolmente in primis da Ceccanti, il quale si è detto «per nulla imbarazzato» del fatto che Giorgia Meloni abbia utilizzato un suo video per fare campagna sul referendum, e da altri esponenti della sinistra per il Sì, come Claudio Petruccioli. «Mi dai la possibilità di motivare il mio Sì al referendum di domenica prossima dicendo semplicemente che sono d'accordo con la tua "dichiarazione di voto" anche nelle sfumature», scrive l'ex dirigente comunista.