Invero scatenata la Cgil, pronta a denunziare la presunta deriva illiberale che la vittoria del Sì garantirebbe in ogni luogo e in ogni lago. Scatenatissime anche le varie declinazioni sindacali del partito, pardon, dell’organizzazione landiniana. Per oggi la Federazione Lavoratori della Conoscenza di Roma e del Lazio ha organizzato una “assemblea sindacale regionale online in orario di servizio per il personale docente e Ata di ogni ordine e grado” da svolgersi, è precisato nella convocazione, durante le “prime tre ore di servizio e lezione”.
All’ordine del giorno un unico punto: “Referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026: le ragioni del NO”. All’assemblea parteciperanno Maria Monteleone, magistrata in pensione, Massimo Siclari, docente di Diritto pubblico all’Università di Roma Tre e Natale Di Cola, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio. Il pensiero del professor Siclari è noto ed è stato espresso in più circostanze, anche in un articolo pubblicato dal Mulino a gennaio: “Tali modifiche mirano, come è chiaro, all’abbandono dell’unitarietà dell’ordine giudiziario, un’unitarietà caratterizzata da alcuni aspetti di non trascurabile rilievo come la comune cultura dei giudicanti e dei requirenti, che trova le sue radici nell’identità dei criteri per la selezione all’accesso in magistratura, oltre che per lo svolgimento del periodo dell’uditorato e per la formazione continua assicurata presso la Scuola superiore della magistratura, con ogni probabilità destinata anch’essa a essere ‘sdoppiata’, se la riforma incontrasse il favore dell’elettorato”, ha scritto Siclari rivendicando anche il no al sorteggio, perché “solo in base a una scelta razionale e fondata su dati di esperienza si possono scegliere i colleghi più idonei a svolgere il ruolo di componente del Csm. Il sorteggio comporta indubbiamente una riduzione dell’autonomia della magistratura rimettendo le scelte compiute sinora in autonomia dai giudici nelle mani della dea Fortuna”.
Non un cenno è fatto, in tutto l’articolo, allo strapotere delle correnti della magistratura, ma sono evidentemente dettagli. Non è un dettaglio invece il livello di commitment raggiunto dalla Cgil, la cui propaganda sul No è capillare. In questi giorni la Fp Cgil, laddove Fp sta per Funzione Pubblica, ha inviato ai dipendenti del ministero delle Imprese e del Made in Italy, anche a quelli non iscritti alla Cgil, un’email per invocare “un’altra idea di giustizia”, per “una giustizia efficiente ed efficace”. Gli aspiranti giuristi della Cgil dicono che “la vera riforma che serve” è un’altra. Per “dimezzare la durata” dei processi servono l’“assunzione di personale per tutti i dipartimenti”; la “stabilizzazione di tutti i 12 mila lavoratori precari Pnrr” e la “messa a regime dell’ufficio per il processo”; “più magistrati”. In più occorrono la “valorizzazione professionale ed economica del personale di tutte le amministrazioni che svolgono attività ispettive e di controllo del rispetto delle norme”; “sedi adeguate e rispettose delle norme di salute e sicurezza”; infine, la buona e vecchia “innovazione tecnologica infrastrutturale e aggiornamento di tutte le procedure e degli applicativi informatici”. Secondo la Fp Cgil, la riforma Nordio “non colma le carenze di organico”, “non assicura infrastrutture e strumentazioni adeguate”, “mette a rischio l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati trasformando il diritto alla giustizia da garanzia di uguaglianza per tutti a privilegio di pochi”, “compromette l’equilibrio tra i poteri, rafforzando chi governa e indebolendo gli organismi di controllo”, “non riduce i tempi del processo”, “modifica l’assetto democratico della Costituzione, cancellando l’equilibrio tra i poteri a favore di chi governa (come si vuole fare con il premierato)”.
Insomma, il volantino della Cgil spammato anche ai non iscritti alla Cgil è un autentico fritto misto; attribuisce alla riforma Nordio un significato che non ha, poteri che non ha mai voluto avere, compreso quello di risolvere le carenze di organico. Questo guazzabuglio in cui il merito della riforma non esiste ed esiste invece un vivace, ancorché trito, allarme fascismo è senz’altro un aiuto per il fronte del No, che rischia di vincere proprio perché nella polarizzazione dello scontro ha tramutato il referendum in una strenua difesa della democrazia, sotto assalto dei soliti fascisti che vogliono cambiare ben 7 articoli della Costituzione, come dicono i comici un tanto al chilo Ficarra & Picone. Sotto attacco c’è la magistratura, a cui la destra vuole togliere indipendenza, dice non solo la Cgil. Basta ascoltare un comizio di Nicola Gratteri o di Tomaso Montanari per verificare l’ampio ricorso all’emotività: se vince il Sì è la fine della Costituzione, il trionfo della politica di parte sull’autonomia dei giudici. Chissà se dopo il 22 e 23 marzo, quale che sia l’esito, la Cgil tornerà a occuparsi pure dei lavoratori (e magari non solo di quelli già garantiti).