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Così i dem hanno deciso di rinnegare sette volte la separazione delle carriere

Dal Pds al Pd, nel testo si ricostruiscono oltre vent’anni di proposte favorevoli alla riforma oggi contestata dagli stessi protagonisti

12 Marzo 2026, 11:27

Così i dem hanno deciso di rinnegare sette volte la separazione delle carriere

Sede del Pd

Gli Immemori. Dal 1997 fino al 2022, nell’arco di circa 25 anni, il maggior partito della sinistra italiana ha promosso o sostenuto almeno sette volte, con iniziative di governo e di partito, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. E anche la duplicazione del Csm. Si va dal primo governo Prodi fino a quello presieduto da Mario Draghi, dal ministro della giustizia Giovanni Maria Flick fino a Marta Cartabia. E poi al programma elettorale del 2022. In principio fu la Commissione Bicamerale per le riforme presieduta da Massimo D’Alema, leader del Pds. Ecco il titolo della proposta: “Due distinti ruoli: giudicante e requirente, con due diversi Csm”. Abbiamo capito bene? Non solo distinguere i percorsi tra magistrati, ma dividere in due anche il Consiglio superiore.

Quello che oggi, se proposto dal ministro Carlo Nordio, viene presentato dai vari D’Alema e Violante come una vera bestemmia. E la motivazione era: «Garantire terzietà del giudice e autonomia del pm». Ecco chi sono i firmatari della proposta di riforma a nome di quel partito: Massimo D’Alema, Luciano Violante, Franco Bassanini, Cesare Salvi. Quest’ultimo, e supponiamo anche Bassanini, non ha tradito il proprio pensiero riformatore, e ancora oggi si sgancia dalla miseria politica del voto di schieramento, insensato nei referendum, manifestando il proprio Sì. Ma in quei giorni anche Luciano Violante aveva le idee chiare: «La separazione è necessaria per evitare commistioni tra accusa e difesa». Chi ha memoria conosce quale fu, nel 1998, il primo missile sparato su quel progetto voluto dalla sinistra.

Fu l’intervista, rilasciata al Corriere della sera, dal pubblico ministero milanese Gherardo Colombo, il quale denunciò senza mezzi termini «le riforme ispirate dalla società del ricatto». Seguiva un vero ragionamento da Stato etico, che si concludeva con una vera minaccia, che pareva rivolta proprio al partito salvato da Mani Pulite. Della società della corruzione, ricorda Colombo, «abbiamo solo scalfito la crosta». Una certa ribellione, da parte degli uomini del Pds, in effetti ci fu, a partire da Violante allora presidente della Camera, che insieme al suo omologo del Senato, Nicola Mancino, accusò il pm milanese di voler delegittimare l’intero Parlamento. E poi Giovanni Pellegrino, membro della Bicamerale e avvocato, che disse «si fermeranno solo quando saranno cadute tutte le teste». E Pietro Folena, responsabile giustizia del partito, che accusava Colombo di sentirsi una star, mentre Fabio Mussi, capogruppo Pds nella Bicamerale, che diceva: questi magistrati si sentono unti dal signore, la nuova stirpe degli dei, e hanno progetti autoritari e corporativi. Un po’ più coraggiosi dai leader di oggi, almeno a parole, eh? Ma inevitabilmente quel progetto di riforma finì quel giorno, era il 22 febbraio del 1998, e le parole “separazione delle carriere” e “creazione di due Csm” vennero cancellate subito. Come a ogni diktat delle toghe.

Il primo scatto d’orgoglio del Parlamento nei confronti di una magistratura sempre più arroccata nella propria difesa corporativa arriverà nel 1999, anche a correzione di una serie di interventi della Corte Costituzionale tendenti a riportare l’orologio del processo al sistema inquisitorio, con l’approvazione a sostanziale unanimità della riforma dell’articolo 111 della Costituzione sulla terzietà del giudice. Era la norma che apriva porte e portoni alla separazione delle carriere. Un progetto su cui la sinistra non si è mai arresa. Infatti nel 2001 il programma dell’Ulivo recita il seguente obiettivo: «Riforma della giustizia: separazione delle funzioni tra giudici e pm con percorsi di carriera distinti. Per modernizzare la giustizia, ridurre conflitti di ruolo». Firmatari Piero Fassino e Francesco Rutelli. Tralasciamo per un attimo il governo Berlusconi e la sua proposta boicottata dalla sinistra e bocciata nel referendum, e continuiamo a esaminare il percorso della sinistra. Arriviamo al biennio 2006-2008 e al secondo governo Prodi, ministro guardasigilli Clemente Mastella, un altro immemore della storia, quando viene presentato un disegno di legge costituzionale per la separazione delle carriere, sostenuto dagli esponenti Ds Luciano Violante e Piero Fassino, e per la Margherita da Francesco Rutelli.

Il disegno di legge nel 2007 ottiene l’approvazione della Camera dei deputati, ma poi cade il governo Prodi. E Violante vorrà comunque marcare il territorio della riforma con questa dichiarazione: «La separazione è un obiettivo storico della sinistra riformista». Arriviamo al 2014 con il governo presieduto da Matteo Renzi e il guardasigilli Andrea Orlando con la riforma che introduce il divieto di passaggio tra il ruolo di pm e quello di giudice. Le dichiarazioni del ministro di giustizia sono nette e convinte: «Abbiamo realizzato una separazione funzionale. La separazione delle carriere è il passo successivo». E Matteo Renzi, quello che oggi è un po’ di qua e un po’ di là, in modo da vincere sempre, comunque vadano e cose il 24 marzo, allora sosteneva: «Serve separare pm e giudici come in Europa». E siamo già a quattro tentativi da parte del maggiore partito della sinistra per portare a casa la riforma. La quinta volta porta la firma del segretario Maurizio Martina come mozione presentata al congresso del Pd del 2019. La proposta sosteneva: «La separazione delle carriere è ineludibile per garantire la terzietà del giudice». Ed era firmata anche dall’attuale responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, un’altra “pentita” della storia, la quale sosteneva “ Non possiamo più difendere l’unità della toga come dogma”. E arriviamo agli anni più vicini alla riforma di oggi e al prossimo referendum.

Siamo al 2021, con il governo Draghi e la riforma Cartabia sulla separazione delle funzioni e la limitazione dei passaggi dal ruolo di pm a quello di giudice e viceversa. Il segretario del pd Enrico Letta non nasconde la propria soddisfazione con questa parole «E’ un passo verso la separazione. Serve ora il coraggio di completarla». E ancora Andrea Orlando, che di quel governo è ministro del lavoro, ad auspicare “Abbiamo separato le funzioni, ora serve separare le carriere”. Infine, e siamo al settimo passaggio, nel programma elettorale del Pd alle elezioni politiche del 2022 si legge: «Completare la separazione delle funzioni con percorsi di carriera distinti». Completare è il verbo giusto, infatti votare Si al referendum dei prossimi 22-23 marzo significa proprio concludere il percorso costituzionale avviato dalla riforma di Giuliano Vassalli al codice di procedura penale con l’introduzione del sistema accusatorio, passando per la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, cui manca solo l’ultimo passaggio. E’ una storia (quasi) tutta di sinistra, cui oggi gli stessi proponenti stanno voltando le spalle. Ancora una volta, come già ai tempi di Mani Pulite e poi dell’aperta minaccia di uno di loro, accodati al volere e al potere delle toghe e del loro sindacato. Immemori della propria storia.