Crisi in Iran
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlare al Senato in merito al conflitto in Iran e nella regione del Golfo
La Giorgia Meloni che si presenta al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo e sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente prova a tenere insieme fermezza, prudenza e rivendicazione politica. La presidente del Consiglio descrive il conflitto come uno dei passaggi più complessi degli ultimi decenni, chiarisce che l’Italia non prende parte e non intende prendere parte all’intervento di Usa e Israele contro l’Iran, ma allo stesso tempo mette in guardia sui rischi che la crisi scarica su sicurezza, economia e interessi nazionali.
Il messaggio iniziale è tutto concentrato sulla gravità del momento. La crisi in Medio Oriente, afferma Meloni, «investe direttamente la sicurezza, l’economia e gli interessi italiani ed europei» ed è «una crisi complessa, certamente tra le più complesse negli ultimi decenni, che impone di agire con lucidità e serietà». Da qui anche l’invito a sottrarre il confronto a una contrapposizione politica giudicata sterile: «Io mi auguro sinceramente che possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che, banalizzando, non aiuta nessuno a ragionare con profondità».
Una parte importante dell’intervento è dedicata alla risposta alle opposizioni e a chi, in questi giorni, ha accusato il governo di ambiguità o subalternità. La premier respinge entrambe le letture e insiste sul fatto che l’esecutivo non si è mai sottratto al confronto parlamentare.
«Qui non c'è un governo che si sottrae al confronto parlamentare», dice, ricordando la presenza in Parlamento del ministro degli Esteri Antonio Tajani, del ministro della Difesa Guido Crosetto e la sua stessa presenza in Aula. Ma la smentita va oltre. «Non c'è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese italiane», afferma.
Meloni rivendica di avere affrontato questi dieci giorni di crisi «con estrema cautela, in stretto raccordo con i nostri partner europei e in costante contatto con i leader del Medio Oriente e del Golfo, mettendo in campo tutti gli strumenti necessari sul piano politico-diplomatico, su quello militare e della sicurezza, e su quello economico interno».
Il punto più netto del discorso riguarda il ruolo italiano rispetto all’intervento americano e israeliano contro l’Iran. La presidente del Consiglio fissa una linea che prova a tenere fuori Roma dal conflitto, pur senza smarcarsi dal quadro strategico occidentale.
«L'Italia non prende parte e non intende prendere parte» all’intervento di Usa e Israele in Iran, afferma. E aggiunge che il governo italiano, nei mesi scorsi, si era impegnato per evitare proprio questa escalation. Meloni ricorda che per due volte Roma ha ospitato i negoziati sul nucleare e che l’Italia ha sostenuto ogni sforzo di facilitazione, mantenendo a lungo anche un canale di comunicazione con Teheran.
La prudenza, però, non coincide con neutralità sul piano del giudizio politico-strategico. La premier sottolinea che l’Italia non era parte diretta dei negoziati e dunque «non ha gli elementi per avvalorare con certezza ma neanche per smentire le affermazioni degli Stati Uniti sull'indisponibilità dell’Iran a chiudere un accordo».
Meloni insiste più volte su un punto: l’ipotesi che il regime iraniano possa dotarsi dell’arma nucleare viene considerata inaccettabile. Se da una parte, afferma, Teheran ha sempre negato di volersi dotare dell’atomica, dall’altra l’Aiea ha segnalato il proseguimento dell’arricchimento dell’uranio oltre il 60 per cento.
Da qui la conclusione politica della premier: «Non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell’arma nucleare» insieme a «una capacità missilistica che potrebbe colpire l’Italia e l’Europa». E ancora: «Spero sia chiaro a tutti in quest’aula che non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita, peraltro, a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa».
Secondo Meloni, uno scenario del genere segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione e aprirebbe la strada a una nuova corsa globale agli armamenti nucleari.
Nel suo intervento, la presidente del Consiglio colloca la crisi attuale dentro una cornice geopolitica più ampia. Parla di una «evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali» e del venir meno di un ordine mondiale condiviso, individuando un punto di svolta preciso nell’invasione russa dell’Ucraina.
Ma, per quanto riguarda il Medio Oriente, la data da cui partire è un’altra: «non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023». Meloni definisce l’attacco di Hamas a Israele «barbaro, folle» e sostiene che sia stato reso possibile anche dal sostegno iraniano a Hamas, Hezbollah, Houthi e ad altri gruppi armati attivi nella regione.
In questa ricostruzione, l’Iran viene descritto come attore destabilizzante non solo in Medio Oriente, ma anche oltre, per il supporto fornito alla Russia con i droni Shahed utilizzati nella guerra contro l’Ucraina.
La premier torna poi a indicare la via diplomatica come obiettivo da recuperare, ma a condizioni mutate. «Dobbiamo lavorare sul piano diplomatico per vedere se e quando dovessero esistere i margini per un ritorno della diplomazia», dice, precisando però che un simile obiettivo è impossibile finché l’Iran continua i suoi attacchi verso i Paesi del Golfo.
Sul piano internazionale, Meloni riferisce di aver promosso un coordinamento con Germania, Francia e Regno Unito per coordinare le risposte nazionali e favorire iniziative in grado di riportare stabilità nell’area. È dentro questa cornice che invita anche la politica italiana a una maggiore compattezza.
«È sempre auspicabile nelle fasi più difficili della storia, che una nazione come la nostra sappia compattarsi», afferma. E aggiunge: «Qui c'è il governo italiano chiamato ad affrontare uno dei tornanti più complessi della storia recente, e preferiremmo non doverlo fare da soli». Non, precisa, per neutralizzare la voce dell’opposizione, ma perché uno scenario del genere impone a tutte le classi dirigenti responsabilità, lucidità e capacità di adattamento.
Uno dei passaggi più delicati delle comunicazioni riguarda l’utilizzo delle basi americane in Italia. Meloni spiega che i rapporti con gli Stati Uniti sono regolati da accordi che risalgono al 1954 e che distinguono tra autorizzazioni tecniche per logistica e operazioni non cinetiche e richieste per attività diverse.
Se dovessero arrivare domande di utilizzo delle basi per operazioni di altra natura, spiega, la competenza spetterebbe formalmente al governo. Ma la posizione politica dell’esecutivo è un’altra: «la decisione, in quel caso, per noi spetterebbe al Parlamento». La premier tiene anche a chiarire che, ad oggi, «non è pervenuta alcuna richiesta» e ribadisce che «noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra».
Meloni aggiunge che l’Italia si sta attenendo agli stessi accordi che valgono per gli altri partner europei e cita anche il caso della Spagna, respingendo la lettura di chi attacca Roma ma giustifica analoghe scelte compiute altrove.
Sul piano operativo, la presidente del Consiglio spiega che l’Italia ha già messo in campo alcune misure di protezione. «Stiamo fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo», dice, non solo perché si tratta di nazioni amiche, ma anche perché in quell’area sono presenti decine di migliaia di cittadini italiani da proteggere.
A ciò si aggiunge l’invio di «una nostra unità navale a Cipro», definito «un atto dovuto di solidarietà europea ma anche di prevenzione». Sul Libano, poi, Meloni richiama la presenza di oltre mille soldati italiani nella missione Unifil e sottolinea che la sicurezza del personale delle Nazioni Unite deve essere garantita in ogni momento.
Da qui la preoccupazione per l’attacco che nei giorni scorsi ha colpito il contingente ghanese della missione e il sostegno agli sforzi del presidente libanese Aoun e del primo ministro Nawaf per rafforzare il monopolio statale delle armi e lavorare al disarmo di Hezbollah.
Un altro capitolo centrale del discorso è quello economico. Meloni riconosce che la crisi investe direttamente cittadini, famiglie e imprese e annuncia che il governo sta seguendo con la massima attenzione le possibili ricadute.
«Stiamo dedicando la massima attenzione alle possibili ricadute economiche di questa crisi. Abbiamo predisposto tutti gli strumenti di monitoraggio sull'andamento dei prezzi e il contrasto a eventuali fenomeni speculativi», afferma. In particolare, sui carburanti, l’esecutivo valuta «anche di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili», che il governo ritiene di avere reso più efficace con il provvedimento del 2023.
La premier usa toni molto duri contro eventuali speculazioni: «Consiglio prudenza», dice rivolgendosi a chi pensasse di approfittare della crisi. E aggiunge che il governo farà tutto il possibile per impedire arricchimenti «sulla pelle dei cittadini e delle imprese», compresa, se necessario, «una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili».
Nella parte finale delle comunicazioni, Meloni allarga il discorso agli altri grandi dossier europei. Ribadisce che l’Italia resta «fermanente al fianco di Kiev» e che il nuovo prestito concordato a livello Ue è «fondamentale per la sopravvivenza dell’Ucraina». Un eventuale collasso di Kiev, sostiene, produrrebbe danni incalcolabili per l’intera stabilità europea.
Parla anche di difesa europea, definendola un tema «sempre più attuale e urgente», soprattutto per il piano d’azione sui droni e sulla sicurezza anti-droni, ambito nel quale l’industria italiana può dare un contributo essenziale. E sul futuro dell’Europa fissa una linea politica molto chiara: «O l’Europa trova il coraggio di difendere i propri confini, la propria libertà e il proprio benessere, o è destinata all’irrilevanza».
La chiusura è tutta costruita sul richiamo al realismo e all’interesse nazionale. «Per quello che ci riguarda abbiamo scelto da che parte stare. Dalla parte del realismo contro l’ideologia, delle soluzioni contro i proclami, dell’orgoglio nazionale contro le tifoserie», dice. E conclude con una formula che sintetizza l’impostazione del governo: l’Italia ha «le radici nel Mediterraneo, la testa in Europa e il cuore con l’Occidente».