Elly Schlein, segretaria Pd
Giacomo Puletti
La difesa comune europea, il dibattito aperto sul referendum senza pregiudizi verso chi vota Sì, le preferenze nella prossima legge elettorale, il voto convinto a favore del ddl antisemitismo, e la conseguente risposta a chi li accusa di aver votato con la destra. I riformisti Pd stanno serrando le fila in vista del risultato referendario, che potrebbe dar loro una nuova spinta verso la volontà, che per qualcuno è necessità, di lasciare il Pd o, in alternativa, farsi sentire di più e contare di più. È evidente che una vittoria del Sì sarebbe una sconfitta cocente per la segretaria dem Elly Schlein, che a quel punto rifletterebbe sul da farsi, anche se finora ha sempre respinto l’ipotesi di eventuali dimissioni. E al tempo stesso Schlein lascerebbero il fianco scoperto alla propria minoranza, che non aspetterebbe un secondo a rinfacciarle la sconfitta, magari accusandola di aver messo alla gogna chi nel Pd era ed è intenzionato a votare a favore della riforma Nordio. Ma da quel che accade nel mondo agli affari interni, con il dibattito su legge elettorale e ddl antisemitismo, sono più d’uno i fronti aperti dai riformisti, che ieri si sono ritrovati a Roma per un evento dal titolo “Credere in un’Europa protagonista”. Discutendo in primis sul ruolo dell’Europa nello scenario internazionale, con la crisi in Medio Oriente e la guerra aperta tra Stati Uniti e Israele, da un lato, e Iran dall’altro. «Serve una forte azione diplomatica dell’Europa ed è il tempo del diritto internazionale - ha detto la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno - Questo significa costruire una solida difesa comune e aumentare gli investimenti per la sicurezza del continente. Questo significa pensare alla costruzione di un sistema europeo di protezione e deterrenza». Per poi rivolgersi ai suoi colleghi di partito. «Lo dico a un pezzo di Pd: non si tratta di scegliere tra un drone e un asilo - ha aggiunto Picierno - Si tratta di comprendere che senza sicurezza e senza deterrenza le conquiste sociali dell’Europa diventano più fragili: il presidente Mattarella ci ha ricordato che la democrazia e la libertà non sono beni dati per sempre».
Ma oltre alla situazione internazionale, è quanto accaduto in settimana in Senato sul ddl antisemitismo che rischia di essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. I riformisti dem non solo hanno votato il ddl, distinguendosi dal partito che si è astenuto, ma hanno poi ribadito una scelta difendendosi dalle accuse, provenienti soprattutto dalla base dem, di aver votato «con la destra».
È stato il senatore Walter Verini a intervenire su queste colonne sottolineando di aver votato «con la senatrice Segre», nel senso condividendo l’appello della senatrice a vita affinché si arrivasse alla maggior condivisione possibile in Aula. Ed è stato Graziano Delrio, firmatario del ddl che ha provocato il terremoto nel Pd perché ricusato dallo stesso partito e in particolare dal capogruppo a palazzo Madama Francesco Boccia, a intervenire ieri sul Qn spiegando che «nessuno può imputarmi di voler zittire chi critica il governo Netanyahu». E criticando M5S, Avs e il suo stesso partito per le accuse di impedire le critiche al governo d’Israele. «Il nucleo della legge è la difesa di cittadini italiani di origine ebraica cui è impedito indossare la kippà, parlare all’università, celebrare pubblicamente le feste religiose: non dimentichiamo cos’è accaduto a Sidney - ha detto Delrio - Non so perché sia diventata così importante la definizione dell’Ihra, che è già nell’ordinamento italiano, in quanto assunta da governo Conte bis e la Commissione Ue: non capisco come si possa pensare che ciò limiti la libertà di critica, per altro salvaguardata espressamente dalla legge».
Concetti ribaditi anche dagli altri senatori che hanno votato a favore, da Sandra Zampa ad Alfredo Bazoli, da Filippo Sensi a Pierferdinando Casini, e che sembrano voler andare dritti per la loro strada.
Che nelle prossime settimane passerà anche per la discussione sulla legge elettorale, visti i rumors che vedrebbero Elly Schlein non proprio contraria alla proposta di FdI che non prevede le preferenze. Una possibilità da sempre apprezzata dai riformisti, molti dei quali ex rappresentanti degli enti locali, che possono contare su una base elettorale solida nei territori, come dimostrano gli exploit alle scorse Europee di Antonio Decaro al Sud e di Giorgio Gori al Nord.
Dovessero rimanere i listini bloccati, si aprirebbe una lotta interna al partito per la percentuale di riformisti in lista, e a quel punto i fronti di guerra interna al Pd sarebbero ben più di uno.