Referendum giustizia
GIORGIA MELONI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna a mettere il referendum sulla giustizia al centro dell’agenda politica e lo fa rivendicando una necessità che definisce storica: cambiare un sistema che, a suo dire, l’Italia non è mai riuscita a riformare davvero dagli anni ’80. Intervenendo a Rtl 102.5, la premier lega la riforma a un tema di funzionamento complessivo dello Stato: «Io penso che ci sia bisogno di un cambiamento perché la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali che servono a far camminare l’Italia, ma anche quello che negli ’80 noi non siamo mai riusciti a riformare in modo sostanziale».
Meloni descrive la giustizia come un ingranaggio che incide direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e avverte che, se quell’ingranaggio non funziona, «si inceppa» l’intero Paese. Da qui la conclusione politica, netta: «Se non ci riusciamo stavolta non avremo un’altra occasione».
Il primo pilastro indicato dalla presidente del Consiglio è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Meloni la spiega con un ragionamento che richiama l’imparzialità del giudice e la percezione di equidistanza tra accusa e difesa: «Noi separiamo la carriera dei magistrati che giudicano da quella dei magistrati che accusano». E insiste sul punto: «Se chi ti accusa e chi ti giudica sono praticamente due colleghi di lavoro (…) è possibile che chi ti giudica abbia un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa, oppure no?».
A suo avviso, la riforma servirebbe a rafforzare la terzietà prevista dalla Costituzione: «La nostra Costituzione dice che il giudice deve essere terzo e imparziale. Quindi separando le carriere noi rafforziamo quella imparzialità, perché evitiamo commistioni». L’obiettivo dichiarato è un processo «più giusto» e un cittadino «più garantito».
Meloni respinge anche l’accusa di deriva illiberale, ribaltando la critica sul terreno del confronto europeo: «La separazione delle carriere è già in vigore in almeno 21 Stati membri dell’Unione Europea su 27».
Il secondo punto riguarda l’organo di autogoverno della magistratura. Meloni attacca l’attuale meccanismo di scelta dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, sostenendo che oggi operi secondo logiche «tutte politiche», tra quota parlamentare e correnti interne. La proposta, nella sua narrazione, è sostituire l’elezione con il sorteggio «tra chi ha i requisiti per ricoprire quell’incarico».
La ratio dichiarata è evitare che i componenti debbano «rispondere» a chi li ha sostenuti: «Io vorrei un sistema nel quale queste persone non debbano dire grazie a nessuno e possano ricoprire il loro incarico in totale libertà di coscienza». La premier richiama anche la previsione di due Csm dopo la riforma, collegandola alla separazione delle carriere.
Il terzo passaggio che Meloni definisce «importantissimo» è l’istituzione di una Corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta da magistrati e membri laici «estratti a sorte» tra soggetti qualificati, «senza logiche di correnti, senza logiche di partito». Qui la premier chiude con l’argomento più politico: «Significa che finalmente, dopo 80 anni, anche i magistrati verranno giudicati da un meccanismo terzo. Cosa che accade attualmente per tutti gli altri che hanno delle responsabilità».