Legge elettorale
Parlamento
La riforma elettorale battezzata “Stabilicum” arriva in Parlamento e trova subito un ostacolo politico: le preferenze. È qui che si apre la prima vera faglia nella maggioranza e, allo stesso tempo, il fronte d’attacco delle opposizioni, che leggono nel testo un tentativo di blindare la governabilità e, secondo alcuni, di alterare la rappresentanza.
A mettere sul tavolo la novità è Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, che annuncia l’intenzione di presentare un emendamento per introdurre le preferenze. «Abbiamo detto che siamo pronti a miglioramenti e siamo da sempre favorevoli alle preferenze», afferma, ricordando che FdI le ha già sostenute anche in passato. Donzelli promette un confronto «con serenità e rispetto delle opinioni di tutti».
Nel partito di Antonio Tajani non c’è una chiusura di principio, ma il portavoce Raffaele Nevi mette in guardia dagli effetti collaterali. «Non c’è una posizione ideologica sulle preferenze», spiega, riconoscendo che possono avvicinare eletti ed elettori, ma avvertendo che in alcuni contesti con vulnerabilità e presenza della criminalità organizzata diventano un tema “delicato”. Per FI la bussola resta il quadro complessivo: serve una legge che garantisca stabilità e che «il giorno dopo il voto consegni al Paese un vincitore certo».
Matteo Salvini non chiude alla possibilità di modifiche, ma difende l’impianto seguito dal suo partito: «Tutto è migliorabile», premette, salvo aggiungere che «chi l’ha seguita per la Lega ha fatto un buon lavoro». Il punto, per il leader leghista, è l’esito: una norma che trasformi il voto in un governo stabile, dando «peso al voto».
Nel Partito democratico la linea resta attendista. Il tema delle preferenze divide anche i dem, che ribadiscono l’obiettivo di superare le liste bloccate ma senza farsi trascinare nel campo di gioco della maggioranza. «Non vogliamo cascare nella loro trappola», è il ragionamento interno riportato, con l’intenzione di rimandare l’affondo nel merito dopo il referendum, continuando intanto a contestare premi giudicati eccessivi.
Giuseppe Conte alza i toni e attacca frontalmente la riforma: «Un superpremio di maggioranza» che regalerebbe oltre 100 parlamentari a chi arriva al 40%, definendola una legge «super-truffa». Per il leader M5S il governo, invece di occuparsi delle urgenze, starebbe disegnando uno scenario di «strapotere».
Matteo Renzi incalza la premier sul tema preferenze: «Hai copiato l’Italicum», dice, ma «nell’Italicum c’erano le preferenze e nella tua legge no», accusandola di cambiare posizione.
Carlo Calenda, invece, punta il faro sul meccanismo di maggioranza: con un’astensione alta, sostiene, il premio dovrebbe scattare solo al «50% più uno degli elettori», altrimenti meglio un proporzionale che porti a accordi di governo su programmi e non su slogan.
Angelo Bonelli (Avs) parla di tentativo di “manipolare” le elezioni e critica le liste bloccate che, a suo dire, spostano la scelta dai cittadini ai partiti. Riccardo Magi (+Europa) va oltre, accusando Meloni di voler distorcere la volontà degli elettori e trascinare il Paese verso una «deriva orbaniana», con un impianto che inciderebbe sugli equilibri democratici.