Lo scenario
La premier Giorgia Meloni
Inutile chiedere, la risposta nella maggioranza è automatica, blindata, sempre uguale: «Comunque vada il referendum non inciderà sul governo». Peccato che non sia vero. Il tentativo di circoscrivere la prova del 22 marzo nello stretto perimetro della riforma costituzionale è già fallito e non poteva andare diversamente. La premier è già ampiamente tornata sulla decisione iniziale di non esporsi in campagna elettorale. Resta la foglia di fico di attacchi sempre più duri e diretti contro la magistratura ma senza citare apertamente l'ordalia referendaria. È presumibile che, di qui al giorno del voto, anche quella foglia cadrà e Giorgia dovrà scendere in campo apertamente.
L'opposizione sente l'odore del sangue e alza la posta. «È un voto sull'operato del governo», azzarda la segretaria del Pd. È un rischio perché sono parole, anzi è un'intera campagna elettorale che non potranno essere rimangiate in caso di sconfitta. Ma la corsa del No registrata dai sondaggi e il successo ottenuto col recupero di una parte ampia dell'elettorato di sinistra inizialmente favorevole al Sì, dovuto proprio alla politicizzazione estrema, spingono l'opposizione, e il Pd più dei 5S, a osare. Del resto l'ottimismo che si è diffuso nelle file del No è palpabile nonostante la scaramantica prudenza ufficiale.
Se la riforma sarà affossata la principale sconfitta sarà proprio Giorgia Meloni e si tratterà di un handicap molto pesante in vista delle prossime elezioni. Dopo tre anni la premier vedrà svanire l'aura di invincibilità che la ha sin qui accompagnata e avvantaggiata. Le tensioni nella sua maggioranza inevitabilmente s'impenneranno. L'opposizione cavalcherà l'onda, sapendo di poter recuperare con molta maggior facilità quella parte di elettorato di centrosinistra sempre in bilico tra voto e astensione.
Una magistratura che persino nella sua fase di massima difficoltà e minor popolarità ha dato al governo filo da torcere, intervenendo direttamente sulle sue decisioni politiche, diventerà infinitamente più sicura e dunque più aggressiva. L'anno che separa il referendum dalle elezioni politiche, se Giorgia sarà battuta, potrebbe diventare un calvario. Inoltre, una volta affossata la riforma della giustizia, per il governo sarebbe molto difficile procedere con il premierato e l'opposizione avrebbe gioco facilissimo nel rinfacciare al governo il fallimento di tutti i suoi principali obiettivi. A peggiorare e non di poco il quadro si aggiunge la caduta libera della popolarità di Donald Trump, che lascia presagire una mazzata pesantissima nelle elezioni di midterm. La leader italiana si è troppo legata al presidente MAGA per sciogliersi ora da un abbraccio potenzialmente letale. L'eco del suo crollo arriverebbe anche in Italia e sarebbe assordante. Dunque, anche se oggi nessuno nel centrodestra lo ammetterebbe, la tentazione di andare al voto subito, già nel prossimo autunno, spunterà certamente.
La riforma della legge elettorale per la destra è oggi imperativa. L'intenzione della premier sarebbe portarla in commissione già prima del referendum. L'opposizione punta i piedi, è possibile che riesca a evitare l'accelerazione a tavoletta ma in ogni caso l'obiettivo della premier è chiudere la partita prima della pausa estiva. Se non verranno ridisegnate le circoscrizioni dovrebbe essere possibile votare in autunno, anche se sul filo del rasoio. Meloni, inoltre, è decisa a imporre l'indicazione del nome del premier sulla scheda e per il Campo Largo quello sarebbe un ostacolo sormontabile solo con grande fatica. L'accordo non c'è. Conte è deciso a non far passare la candidatura di Elly Schlein e una brusca accelerazione non lascerebbe al centrosinistra il tempo per una mediazione comunque molto delicata.
Facendo saltare subito il tavolo, la premier oscurerebbe l'esito del referendum e sfrutterebbe l'ansia di rivincita che inevitabilmente una sconfitta referendaria diffonderebbe nell'elettorato di destra. Inoltre anticiperebbe le temute elezioni americane, mettendosi al riparo da un eventuale crollo di Trump e giocherbbe a suo favore anche l'impreparazione di un'opposizione che non è pronta e ha bisogno dell'anno e passa sino alla scadenza naturale della legislatura come dell'ossigeno.
Le controindicazioni però non mancano. Per Giorgia è molto importante arrivare alla fine della legislatura con lo stesso governo, senza governi bis, senza rimpasti, senza voto anticipato. Sul piano della propaganda ritene che la stabilità sia la carta più vincente e rinunciare a quella carta le costerebbe moltissimo. Inoltre il governo ha alle spalle una raffica di finanziarie austere e progetta un'ultima finanziaria "elettorale", cioè espansiva, per cancellarne il ricordo. Anche rinunciare a quella manovra acchiappa voti sarebbe un sacrificio molto doloroso. Per questo la sconfitta nel referendum metterebbe Giorgia Meloni di fronte al più amaro tra i dilemmi.