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La posta in gioco: Meloni, il Venezuela e l’interesse italiano

Il blitz americano in Venezuela riapre le crepe nella maggioranza: prudenza leghista, pragmatismo atlantista di Palazzo Chigi

06 Gennaio 2026, 12:30

16:56

La posta in gioco: Meloni, il Venezuela e l’interesse italiano

Meloni e Salvini

La distanza tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini sull’operazione americana che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro segna l’ennesima crepa nella politica estera della maggioranza. Una frattura che va oltre il giudizio sull’intervento militare statunitense e investe equilibri internazionali, alleanze interne e interessi economici strategici.

Il leader leghista, stretto tra la fedeltà politica a Donald Trump e una linea ormai strutturalmente dialogante con Mosca, ha scelto la prudenza, se non la critica aperta, al blitz Usa. Una posizione che lo colloca su coordinate non lontane da quelle del Cremlino e che, sul piano domestico, riattiva l’asse gialloverde già sperimentato sul dossier ucraino, dove le tesi del Carroccio continuano a coincidere con quelle del Movimento 5 Stelle, a partire dalla diffidenza verso l’interventismo americano e dalla centralità assegnata alla diplomazia.

Non è solo una scelta ideologica. Salvini intercetta un sentimento diffuso in una parte dell’opinione pubblica e dell’elettorato che guarda con sospetto alle operazioni unilaterali di Washington e che teme nuove destabilizzazioni regionali. Da qui l’insistenza sulla diplomazia e sulla necessità di evitare precedenti che possano favorire i conflitti bellici.

Una linea che, però, accentua le divergenze con Palazzo Chigi e rende più visibile una politica estera a due velocità all’interno della stessa maggioranza.

Di segno opposto l’impostazione della presidente del Consiglio. Meloni ha sostanzialmente avallato l’operazione americana, parlando di una «guerra ibrida» condotta dal regime venezuelano anche attraverso il narcotraffico, in linea con la narrazione di Washington. Allo stesso tempo, però, ha scelto di accreditare politicamente la leader dell’opposizione e premio Nobel Machado, riconoscendole una legittimità internazionale che la Casa Bianca, nella sua versione più brutale e transazionale, ha invece negato, giudicandola non pronta a reggere il peso del governo del Paese.

Una mossa che segnala l’ambizione italiana di ritagliarsi uno spazio autonomo, ma che non può essere letta prescindendo dagli interessi nazionali in gioco e dal quadro economico complessivo.

È qui che il dossier Venezuela si intreccia in modo diretto con il capitolo energetico. Sin dal suo insediamento, molte iniziative diplomatiche del governo sono state costruite in stretto coordinamento con Eni e con il suo amministratore delegato Claudio Descalzi. Nulla di inedito nella storia repubblicana, ma oggi più che mai evidente. In Africa, il protagonismo italiano risponde alla cornice del Piano Mattei; in America Latina, e in particolare a Caracas, il filo conduttore resta la tutela degli interessi del Cane a sei zampe, che vanta crediti miliardari nei confronti della compagnia petrolifera di Stato venezuelana, al pari - in proporzione - delle grandi major statunitensi.

Il messaggio arrivato da Washington è esplicito: chi vuole recuperare i crediti dovrà tornare a investire sul campo, rimettendo in moto infrastrutture logorate da anni di incuria, sanzioni e cattiva gestione. Una logica che trasforma il cambio di regime in un gigantesco tavolo di rinegoziazione economica, dove la politica estera diventa strumento di compensazione finanziaria e leva per ridisegnare i rapporti di forza nell’emisfero occidentale.

In questo schema, la distinzione tra diplomazia e affari si assottiglia fino quasi a scomparire. Non a caso, i segnali arrivati dai mercati sono stati improntati a un cauto ottimismo. Il titolo Eni ha reagito positivamente, con gli analisti che intravedono benefici potenziali da un mutamento del contesto operativo, pur escludendo effetti immediati e dirompenti sui prezzi del greggio. La produzione venezuelana, crollata negli anni del chavismo, potrà risalire solo nel medio-lungo periodo, a condizione di investimenti massicci e di una stabilizzazione politica che oggi resta tutta da costruire, anche alla luce delle incognite regionali e del confronto tra grandi potenze.

Per Palazzo Chigi la linea è obbligata: muoversi con circospezione, senza urtare la suscettibilità di Washington e senza rinunciare a difendere gli interessi industriali nazionali. È su questo crinale che si misura la differenza tra la cautela tattica di Salvini e il pragmatismo strategico di Meloni. Una divergenza che racconta due idee diverse di sovranità, ma anche due modi opposti di stare dentro il nuovo disordine globale, dove l’energia resta una delle chiavi decisive del potere e della stabilità politica.