Martedì 31 Marzo 2026

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«Referendum? Ha vinto la conservazione». Parla Giuseppe De Rita

Intervista al fondatore del Censis: «La giustizia esce di scena. I protagonisti del settore hanno vinto e ora non hanno interesse a creare conflitti aggiuntivi, a meno che qualche pubblico ministero voglia fare le sue vendette...»

31 Marzo 2026, 17:35

19:41

«Referendum: è stata la vittoria dei conservatori»

Da settant’anni guarda l’Italia “dal basso”, come ama dire lui: ascoltando il territorio, inseguendo le increspature prima che diventino fenomeni, diffidando delle letture troppo lineari del potere e dell’economia. È da questa postura che nasce il “canone deritiano”, il metodo con cui Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, ha costruito nel tempo i suoi “sette sigilli”: non una teoria, ma una pratica di osservazione continua, fatta di fedeltà assoluta alla realtà e di attenzione al quotidiano. Dentro quei sigilli — sedimentati tra il 1955 e oggi — c’è l’evoluzione dell’Italia, letta più nei comportamenti che nei numeri, più nei segnali deboli che nelle narrazioni ufficiali. E oggi, dopo un referendum che ha rimesso in movimento il quadro politico, quella stessa lente torna a misurare crepe, reazioni e illusioni del sistema.

Professore, dopo il referendum, che come lei disse al Dubbio mesi fa sarebbe diventato una sorta di plebiscito sul governo e non sul quesito tecnico, l’onda cavalcata da Giorgia Meloni si è affievolita: ha perso la sua spinta?

Certamente. L’importanza su cui Giorgia Meloni aveva puntato tutto era quella di stabilizzare sé stessa, il governo e la realtà italiana, dando l’impressione di una leadership sicura e determinata. Invece, il risultato del referendum ha sconvolto questo piano. Credo che Meloni abbia fatto un errore strategico nel farsi coinvolgere in una campagna elettorale tutta concentrata su sé stessa: comprendo che si sia trattato di una reazione agli attacchi continui, ma avrebbe dovuto mantenere una maggiore distanza, non dal potere in sé, ma dal dibattito politico che è diventato sempre più aspro, caratterizzato da toni durissimi, da polemiche quotidiane, da una spettacolarizzazione quasi mediatica degli scontri. Una strategia più distaccata avrebbe permesso di non alimentare ulteriormente l’onda emotiva contro di lei.

Pensa che questo clima continuerà?

Sicuramente. Ormai da giorni i media sono monopolizzati dal caso Delmastro, che indubbiamente è un episodio grave, ma a mio avviso viene amplificato più del necessario. Nonostante il momento di grandi tensioni nel mondo, l’argomento dominante nelle prime pagine dei giornali e nei telegiornali rimane Delmastro. Questo evidenzia una logica chiaramente antimeloniana. Meloni, che secondo me è sempre stata più astuta degli altri leader, quando ha visto che si stava creando un’onda negativa contro di lei ha deciso di reagire. Ma la reazione, pur comprensibile sul piano umano, non ha sortito l’effetto sperato. La politica italiana, oggi, è un campo minato di percezioni, emozioni e narrazioni mediatiche: reagire impulsivamente può avere un costo maggiore del beneficio immediato.

Ma le dimissioni di Delmastro, di Santanché e della capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, basteranno per invertire questo momento negativo per Meloni?

Potrebbero essere un primo passo, ma soltanto se Meloni riuscirà a dimostrare una leadership più stabile e coerente. Non parlo di atti occasionali, ma di gesti da leader di una società più costante e continuativa, non legata alla logica dell’opinione pubblica del giorno per giorno: oggi Delmastro, domani Santanché, dopodomani un altro episodio simile. Il problema della Meloni, come quello di molte leader emergenti, è trasformarsi in una figura solida e riconosciuta come riferimento stabile, al pari di due figure europee emblematiche: Margaret Thatcher e Angela Merkel. Queste due donne, pur partendo da contesti difficili, una veniva dalla Germania Est l’altra da una lotta durissima dei minatori inglesi, e mostrando aggressività politica, riuscirono a trasmettere al proprio Paese un senso di solidità e continuità. Meloni è una combattente, ma finora non ha fatto quella scommessa di consolidare la propria leadership in modo simile: rimane percepita come efficace, ma ancora troppo legata alle contingenze e agli episodi del momento.

In questa perdita di consensi di Meloni pesa anche l’abbraccio con Trump?

Io credo che quell’abbraccio sia stato molto più enfatizzato che reale. Abbiamo spesso sovrastimato la vicinanza tra Meloni e Trump. Da un lato, la presidente del Consiglio ha forse sovrastimato il suo legame con il presidente statunitense; dall’altro, i commentatori italiani hanno esagerato nel presentarlo come un rapporto di sudditanza. In realtà, si è trattato di una necessità di barcamenarsi tra una scelta europea, non originariamente sua, e una atlantica. Trump, semplicemente, è stato un elemento esterno in cui Meloni ha dovuto collocarsi strategicamente. La narrativa di un’Italia “servile” verso Trump è più un mito mediatico che una realtà concreta: gli italiani non votano contro di lei pensando a questa presunta sudditanza.

La notizia che il governo italiano abbia negato l’utilizzo della base militare di Sigonella agli Stati Uniti può essere interpretata come una svolta nella linea del nostro Esecutivo?

Stiamo assistendo a una fase di grande confusione anche a livello europeo, ma credo che sia una confusione potenzialmente creativa, non degenerativa. Si stanno riallacciando rapporti che erano stati trascurati da anni, come quelli tra Italia e Germania, o le relazioni della Francia con il Medio Oriente. Questi movimenti indicano un progressivo compattamento delle dinamiche europee, anche se non sono immediatamente visibili: non si fanno uno al giorno con comunicati stampa, ma richiedono tempo, discrezione e una strategia sottotraccia. Ovviamente, la guerra in Ucraina e la crisi energetica pesano enormemente su tutto, e gli effetti si riverberano anche a livello nazionale.

Quindi vede spiragli, o prevale la confusione?

La pace non può essere imposta dall’esterno: le regole del gioco le fanno chi combatte. Oggi gli attori principali sono gli Stati Uniti, l’Iran, la Russia, l’Ucraina, e l’Europa è un osservatore con una capacità d’influenza minore. Fino a quando questi protagonisti non modificheranno le loro strategie, ogni tentativo di mediazione resta subordinato. La responsabilità di guidare la pace non è dell’Italia, e finché le potenze reali non troveranno un accordo, possiamo solo attendere che emergano spazi di opportunità.

Uno dei concetti che lei spesso evoca è la differenza tra singolarità e medietà. Trump è un personaggio singolare?

Assolutamente sì. Secondo Peter Thiel (fondatore di PayPal e Palantir che ha finanziato Trump ndr.) che è stato recentemente a Roma, la singolarità è una caratteristica tipica dei grandi leader. Essere singolare significa uscire dalla mediocrità e dalla stagnazione, affrontando l’apatia, la palude dei compromessi, la routine. Trump incarna questa visione: un leader che rompe la stagnazione dei partiti tradizionali e della mediazione quotidiana. La sua forza non è tanto nella politica ordinaria, ma nel protagonismo di un individuo che vuole incidere in maniera radicale sullo scenario collettivo.

Ci sono altri personaggi singolari nello scenario internazionale?

Certamente, ne esistono diversi. Putin, in qualche misura, è singolare.

E in Italia?

In Italia, diciamocelo brutalmente, da superbi italioti, noi pure abbiamo fatto la corte ai personaggi singolari.

Silvio Berlusconi, ad esempio?

Sì, ma prima di Berlusconi, pensiamo alla coppia Borrelli-Di Pietro, non erano politici, avevano in mano le manette e i processi, però personalmente erano singolari. Non ho mai visto uno come Borrelli che va con i suoi in televisione a dire no a un decreto del governo e dire al Presidente della Repubblica di non firmarlo. Lui era singolare, aveva il posto alla Scala, andava a cavallo, suonava al piano e gli piaceva avere le copertine dei giornali. Il singolare vero è stato Berlusconi, ma non è che Bossi non fosse singolare, o lo stesso Grillo. Persino la corsa di Meloni e Schlein alla leadership ha evidenziato elementi di singolarità come la campagna “io sono Giorgia”, sono underdog: tutti segnali di una evidente singolarità. E la stessa Schlein, giovane emergente capace di innovare la narrativa del Pd, l’armocromia e tutto il resto: è stata una corsa alla singolarità perché non volevamo morire i democristiani.

Oggi però molti rimpiangono l’essere democristiani.

Ma quella era un’arte politica complessa, basata su anni di esperienza, apprendistato e formazione interna al partito. La classe dirigente si formava progressivamente, non nasceva già pronta a ministeri e candidature. Oggi, la formazione politica è spesso improvvisata e guidata da logiche immediate di consenso. Rimpiangere la medietà della società democristiana significa riconoscere il valore di un processo lento di crescita dei leader, difficile da sostituire in tempi brevi.

Tornando al referendum, tutti concordavano sulla necessità di intervenire sul funzionamento della giustizia. Crede che fosse solo slogan o ci saranno interventi concreti?

Ci sono due elementi nel voto: un messaggio conservatore della società che non vuole cambiamenti radicali e un voto politico che sembra di sinistra, con l’obiettivo di difendere lo status quo. È un voto che dice “meglio restare come stiamo”, con gli attuali pubblici ministeri, con gli attuali assetti del Csm. Il vero problema è capire se coloro che hanno fatto la campagna elettorale poi hanno intenzione di sfruttarla o meno, perché quelli che hanno detto non si cambia in nome della Costituzione, restiamo sul piano dell'equilibrio dei poteri, il giorno dopo stanno a casa, hanno votato e basta. Ma i protagonisti della campagna, per esempio i magistrati, una parte dei giornalisti italiani, quelli vorranno sfruttare l’onda che si è creata. Il referendum lascia libertà di riposizionamento politico a molti attori, ma di certo non autorizza stravolgimenti immediati.

Il Censis monitora l’avvocatura, che in maggioranza sosteneva il referendum. Crede che la bocciatura possa avere ripercussioni?

Non credo. Il voto è stato chiaro: restiamo come stiamo.

Non pensa, invece, come teme qualcuno che la magistratura voglia fare i conti con la politica?

I magistrati sono intelligenti, hanno centrato l’obiettivo e non vedo spazi per rivendicazioni ulteriori. Chi ha fatto campagna per il referendum ha ottenuto la conferma dello status quo, e difficilmente potrà andare oltre.

La grande partecipazione dei giovani è una novità. Alle politiche continuerà questo trend?

È stato un fenomeno emotivo, legato alla Costituzione e all’antimelonismo. Trasformarlo in una partecipazione strutturata alle politiche è complicato. Serve un tema forte e semplice che mobiliti i giovani, puntando alle prossime elezioni su temi di tipo strettamente ideologico, costituzionale. Faccio un esempio: se qualcuno riesce a fare alle prossime elezioni un discorso sul premierato, sia la Meloni o la sinistra, allora la gente si mobiliterebbe perché il premierato fa paura molto più della divisione delle carriere. Se non ci sarà una spinta ideologica ed emotiva sarà difficile che i giovani vadano a votare

Pensare di contare su questi voti è, quindi, un errore per il centrosinistra?

Dipende da chi li governa. I voti puramente emotivi del referendum non hanno paternità precisa. Anche perché c’è stata per il referendum la mobilitazione della più grande macchina organizzativa del Paese che è la Cgil. Alle politiche se non si riuscirà a canalizzare quei voti, rischiano di disperdersi. Il gioco politico delle primarie e delle coalizioni determinerà chi saprà sfruttarli.

Ci potrebbe essere un federatore, un papa laico, insomma un personaggio stile Prodi?

Al momento non lo vedo. Romano Prodi è stato accettato addirittura da tutti, anche dai comunisti italiani, perché si capiva che avrebbe potuto vincere. Un federatore deve garantire la vittoria, cosa difficile da assicurare oggi. Le variabili determinanti saranno la legge elettorale, la capacità strategica dei leader e la mobilitazione nei prossimi lunghi mesi di campagna elettorale.

La giustizia sarà ancora tema della prossima campagna?

No, la giustizia esce di scena. Al massimo si continuerà a parlare di Garlasco. Il referendum ha consolidato l’esistente: i protagonisti del settore hanno vinto e ora non hanno interesse a creare conflitti aggiuntivi, a meno che qualche pubblico ministero voglia fare le sue vendette, ma sono troppo intelligenti e furbi per farlo. È un tema chiuso sul piano politico.