Valeria Valente, senatrice del Partito democratico e membro della Commissione Affari costituzionali, lei e altre 1.700 donne fra giuriste, accademiche, politiche, artiste e attiviste avete lanciato un appello pubblico a votare no. Perché un appello delle femministe?
Chi ha una pratica femminista guarda da quel punto di vista, preciso e differente, la realtà. Lo abbiamo fatto con le altre riforme, lo facciamo adesso con la cosiddetta riforma della giustizia. La questione più rilevante è che la legge Meloni-Nordio sfida il senso del limite, centrale nel pensiero femminista, come condizione che rende possibile la libertà e la relazione. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. È la stessa intuizione che attraversa la tradizione costituzionale delle democrazie moderne, in cui i poteri si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. Con questa riforma, che va letta insieme alla riforma della legge elettorale e a quella del Premierato, emerge il disegno chiaro di costruire un potere, quello dell’esecutivo, senza limiti e controlli, dunque nei fatti assoluto. Ecco perché difendere il limite e l’equilibrio tra i poteri, così come definiti dalla Costituzione, per me è un atto profondamente femminista e democratico.
Nel vostro manifesto si lamenta la modifica del ruolo del pubblico ministero, che sganciato dalla cultura della giurisdizione, sarebbe sottoposto alle priorità investigative indicate dal governo di turno. Ma questo governo in particolare ha promulgato molte leggi per contrastare la violenza contro le donne. Non è forse una contraddizione?
Se il governo fa una cosa buona noi lo riconosciamo. Lo è stato approvare insieme il ddl per l’istituzione del reato di femminicidio. È andata diversamente con la pdl sul consenso in materia di stupro, bloccata al Senato dalla maggioranza e il ddl Bongiorno sul dissenso è un netto passo indietro per le donne. La questione è che il potere giudiziario deve essere totalmente autonomo dalle ingerenze del potere politico o peggio della maggioranza di turno. E questo a garanzia di tutte e tutti.
Da un punto di vista tecnico, in che modo il fatto che un pm non possa più condividere lo stesso Csm di un giudice influenzerebbe la sensibilità investigativa o l’applicazione del Codice Rosso? Non pensa che, al contrario, una specializzazione precoce e definitiva potrebbe creare magistrati più esperti proprio in reati specifici?
Partiamo dal presupposto che la separazione delle funzioni è già un fatto e che solo qualche decina di magistrati l’anno compie il passaggio. Il fulcro della riforma della giustizia voluta dalla destra è piuttosto la separazione dei Csm, la disintegrazione dell’organo di autonomia e indipendenza della magistratura. Con una magistratura più fragile, in cui il pm è una sorta di “avvocato dell’accusa” o di “superpoliziotto” e in cui l’orientamento dell’azione penale nel tempo, per forza di cose, sarà sottoposto al potere politico, le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. L’asimmetria di potere esistente ancora oggi tra uomini e donne, che attraversa la società e la politica, così come la logica del più forte, rischierebbe di permeare anche il sistema della giurisdizione, a tutto svantaggio delle donne.
Parliamo di numeri. Voi definite questa battaglia “femminista”, ma i dati al 2026 ci dicono che la magistratura attuale è la fotografia perfetta del patriarcato. Le donne sono il 57% della forza lavoro (5.778 su 10.100), eppure comandano nelle procure solo nel 24,4% dei casi, mentre nei Tribunali per i Minorenni — il luogo deputato alla “cura” — le donne dirigenti balzano al 59%. In sessant’anni di Csm, su 440 componenti, le donne sono state solo 36 (8%). Se l’attuale sistema “unito” ha prodotto questo soffitto di cristallo, perché lo difendete così strenuamente?
La struttura dell’organizzazione della magistratura purtroppo riflette quella della società. Le donne accedono per merito ma poi pagano un prezzo molto alto nei percorsi di carriera, che si basano su modelli maschili. Votare No non significa difendere questo status quo. Né votare Sì significa cambiarlo, anzi. Purtroppo la riforma non si pone proprio questo problema, come molti altri.
Contestate il sorteggio per il Csm dicendo che sminuisce il merito. Ma se il metodo elettivo attuale ha portato le donne ad avere solo il 33% dei posti nel plenum nonostante siano la maggioranza nel corpo elettorale, non è forse la prova che le “correnti” (prevalentemente maschili) sbarrano la strada alle donne? Il sorteggio non sarebbe, paradossalmente, lo strumento più democratico per scardinare le logiche di potere maschili che denunziate?
Il sorteggio, con tutti i suoi enormi limiti, primo tra tutti quelli di mortificare il merito che è spesso unica arma a favore delle donne, avrebbe paradossalmente potuto essere uno strumento per garantire la metà di magistrate nel Csm: noi avevamo proposto che si sorteggiassero il 50% dei componenti tra gli uomini e il 50% tra le donne. Ma la maggioranza ha bocciato anche questo emendamento, come tutti gli altri.
I dati del 2025 dicono che nonostante l’aumento delle pene e la compressione delle garanzie, il numero dei femminicidi è rimasto invariato. Voi dite che la riforma indebolirà la tutela, ma il 90% delle procure ha già gruppi specializzati e la formazione sul Codice Rosso è obbligatoria per legge. La vera battaglia femminista non dovrebbe essere culturale e preventiva?
Per noi la via maestra è sempre la prevenzione e per questo abbiamo lavorato nel tempo affinché la specializzazione e la formazione dei magistrati fosse un imperativo per tutti i magistrati, anche secondo standard e parametri condivisi, per le procure, per i tribunali, per i gip e i giudici di sorveglianza. Mettere in discussione questo impianto, che comincia a funzionare, ci preoccupa molto.
Temete che un Csm separato sia meno severo con i magistrati che ignorano le convenzioni internazionali sulla violenza. Eppure il Csm “unito” ha punito in maniera lieve magistrati accusati di molestie e abusi o magistrati che non hanno tutelato le vittime. Se il disciplinare dei magistrati oggi produce questi risultati perché l’Alta Corte prevista dalla riforma - esterna e indipendente - non dovrebbe essere una garanzia maggiore anche per le donne che chiedono giustizia vera e non corporativa?
Intanto non è vero che l’attuale Csm sia stato poco rigoroso nei confronti dei magistrati che sbagliano, questo anche confrontando i dati con gli altri Paesi. Le pronunce dell’Alta Corte di disciplina, il cui funzionamento sarà tutto da verificare, saranno impugnabili solo dinanzi alla stessa corte e, a quanto pare, non dinnanzi alla Cassazione, come accade oggi per le pronunce del Csm. Questo significa meno garanzie. Colpendo il Csm, il governo colpisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Abbiamo sentito parole come “ci togliamo i magistrati di torno”, “i giudici non lasciano lavorare il governo”. Vogliono pieni poteri. Non accettano limiti e controlli. Provano a mettersi al di sopra della legge. E questo noi non possiamo permetterlo.