Giovedì 09 Aprile 2026

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Porno online, slitta il divieto sui minori. I magistrati del Tar danno ragione ai siti

Annullata la delibera Agcom che imponeva l’obbligo per le piattaforme di verificare la maggiore età degli utenti: chi ha fatto ricorso potrà operare senza restrizioni

09 Aprile 2026, 18:53

Porno online, slitta il divieto sui minori. I magistrati del Tar danno ragione ai siti

Al momento niente age verification per accedere ai siti porno in Italia. Martedì scorso, infatti, il Tar del Lazio ha annullato, per contrasto col diritto unionale, la delibera Agcom che imponeva l’obbligo per le piattaforme di verificare la maggiore età degli utenti, al fine di impedire l’accesso a contenuti pornografici da parte di minorenni. Il vincolo era stato introdotto dal “decreto Caivano” del 2023 e reso operativo appunto dalla delibera Agcom che imponeva l’adeguamento dal 12 novembre 2025 per i fornitori con sede in Italia o in Paese extra Ue e dal 1° febbraio 2026 per quelli Ue diversi dal nostro. Tuttavia, nonostante queste prescrizioni, quasi nessuno si era conformato alla novità legislativa, seppure fossero state previste sanzioni fino a 250 mila euro e addirittura lo spegnimento dei siti.

Solo a fine marzo erano arrivati i primi due provvedimenti di oscuramento, verso due portali italiani piccoli e poco utilizzati, giochipremium.com e hentai-ita.net, gestiti da una stessa società. Nulla contro le maggiori piattaforme che hanno continuato ad operare senza alcuna modifica per l’accesso. Mentre tra i siti più noti, l’unico ad aver introdotto un nuovo sistema di verifica è stato OnlyFans. A fare ricorso al tribunale amministrativo erano state, invece, xHamsters, assistita in udienza l’11 marzo dagli avvocati Ludovico Anselmi e Paolo Giugliano degli studi legali LMS e Cintioli Associati, e PornHub, YouPorn e RedTube, assistiti dagli avvocati Valerio Natale, Emanuela Cocco e Stefano Maccauro dello studio legale Hogan Lovells.

All'udienza di marzo le parti avevano contestato l'inapplicabilità della delibera Agcom nei confronti di società stabilite in Europa, ritenendo la materia sottoposta alla competenza esclusiva della Commissione europea, come ha riconosciuto effettivamente il Tar Lazio. Quest’ultimo, in pratica, ha sentenziato che la delibera non rispetta la direttiva europea sull’ e-commerce (2000/31/CE), che stabilisce il «principio del Paese d’origine», per cui lo Stato membro di destinazione del servizio, in questo caso l’Italia, non può, in linea di principio, imporre obblighi ulteriori rispetto a quelli previsti dall’ordinamento dello Stato di origine delle piattaforme, le quali hanno sede a Cipro.

In base a questo principio, prima di imporre limitazioni a un operatore con sede in un altro Stato membro dell’Unione, l’Italia avrebbe dovuto chiedere a Cipro di intervenire, aspettare che non lo facesse o lo facesse in modo inadeguato, e poi notificare alla Commissione Europea la propria intenzione di procedere comunque. Ora cosa succede? I siti che hanno fatto ricorso continueranno ad operare senza restrizioni. Basterà il solito semplice clic per autocertificare la propria maggiore età e godere dei servizi. Mentre sarà da capire quanto accadrà a livello europeo.

L’Agcom invece dovrà adesso rivolgersi inizialmente a Cipro. Pare alquanto improbabile che Nicosia prenda provvedimenti contro le piattaforme che, in quel caso, sarebbero pronte a lasciare l’isola per riparare in altri paradisi fiscali altresì accoglienti verso società finanziarie disposte a fornire servizi di pagamento pornografici. A quel punto, considerata la mancata collaborazione da parte di Cipro, il nostro Paese dovrebbe rivolgersi alla Commissione europea. L’istituzione UE è nel frattempo impegnata a trovare una soluzione unica rispetto all’age verification e potrebbero volerci anche due anni prima di giungere ad un approdo da estendere a tutti gli Stati, come pure richiesto dai ricorrenti. Questi infatti non si sono opposti tout court alla restrizione dell’età per accedere ai siti pornografici bensì hanno auspicato un regolamento uguale per tutti e non a macchia di leopardo.

Quello che è certo è che con la decisione del Tar è la terza volta che il decreto Caivano, voluto fortemente dal Governo di centrodestra, viene bocciato. Già due volte la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’incostituzionalità dell'applicabilità retroattiva della messa alla prova minorile e della prova “semplificata”.