Svolta?
Mettete via le valigie: per i magistrati che sognano un posto al ministero della Giustizia la strada si fa in salita. Almeno fino al 30 giugno, data cruciale per gli obiettivi del Pnrr, via Arenula sembra intenzionata a tirare il freno a mano sui fuori ruolo. Il senso del rinvio di cinque pratiche per altrettanti magistrati, per i quali il ministero della Giustizia aveva chiesto il collocamento fuori ruolo presso Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del personale e dei servizi del ministero (Manuela Andretta), il Dipartimento per l’innovazione tecnologica della giustizia (Valeria Spagnoletti), l’Ispettorato generale (Alessandro Cento e Caterina Condò) e il Dipartimento per gli affari di giustizia (Maria Francesca Cerchiara) è tutto qui: non si possono svuotare i tribunali civili mentre l’Europa ci chiede di correre.
Non a caso su queste pratiche la Terza Commissione si era divisa, con proposte contrapposte che evidenziavano, con la proposta di diniego, proprio la «fase in cui gli uffici giudiziari stanno producendo uno sforzo senza eguali per il conseguimento degli obiettivi del Pnrr». Per tale motivo, si legge nelle proposte, il collocamento fuori ruolo «si pone in evidente contrasto con l’azione perseguita da questo Consiglio» per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano nazionale, che ha stabilito «un regime straordinario di trasferimento presso le corti d’appello in difficoltà» nonché «applicazioni a distanza di magistrati ordinari».
In tale ottica è da intendersi il tavolo programmato a via Arenula per martedì prossimo per una rivisitazione delle esigenze del ministero stesso e degli uffici, motivo per cui le pratiche sono state rinviate. Un rinvio sollecitato dal nuovo Capo di Gabinetto Antonio Mura, arrivato in sostituzione di Giusi Bartolozzi, dimissionata da Giorgia Meloni dopo il referendum. Approvate, invece, due proposte di fuori ruolo - per le quali non c’erano state proposte contrarie -, quelle dei magistrati penali Anna Tirone, giudice del Tribunale di Napoli destinata al Dipartimento per gli affari di giustizia, e Andrea Stramenga, giudice del Tribunale di Grosseto. Due pratiche rispetto alle quali il Consiglio ha comunque fatto emergere una spaccatura, ancora una volta attorno allo svuotamento di procure e Tribunali in favore di via Arenula, un tema da sempre al centro dell’attenzione proprio per la contaminazione tra politica e magistratura che ne deriva.
Se nei plenum passati era proprio il tema politico a infuocare il dibattito, oggi la questione affrontata è più pratica. Nessuna causa di incompatibilità, nessuna ragione ostativa, ma un problema, ha evidenziato Tullio Morello, rispetto alla scopertura degli uffici. L’indipendente Andrea Mirenda, che si è astenuto, ha puntato il dito contro la prassi di usare le percentuali di scopertura come un «naturale lascia passare». «Manca come sempre una comparazione tra le esigenze dell’ufficio e quello di destinazione amministrativa - ha denunciato - e manca ogni riferimento alla verifica delle competenze del magistrato chiamato in via fiduciaria».
Per il consigliere, la delibera è un paradosso: «In un momento delicatissimo, in cui siamo stati costretti a misure d’emergenza per reperire magistrati, la comparazione è del tutto assente. Assistiamo alla trasformazione di un mero interesse legittimo in un diritto soggettivo, abdicando a quella discrezionalità tecnica che dovrebbe imporci di preferire che i magistrati restino a svolgere la funzione giurisdizionale». Una comparazione, ha evidenziato il togato Edoardo Cilenti, che «continuerà a mancare sempre, finché non verrà depositata un’ipotetica proposta di integrazione o di modifica della circolare» che, al momento, «non prevede questo tipo di comparazione». Poco dopo è arrivata la replica di Mirenda: «È proprio il testo della delibera a richiamare il concetto di “comparazione”. Inoltre, ignoriamo il “grido di dolore” del Consiglio giudiziario, organo di prossimità che ha segnalato l’inopportunità di questa scelta».
Isabella Bertolini ha scoperchiato il vaso di Pandora degli esoneri interni, tema equivalente a quello dei fuori ruolo, dal punto di vista della sofferenza degli uffici, ma molto meno “pop”: quasi 700 magistrati, tra referenti informatici e consigli giudiziari, godono di esoneri dal lavoro in aula che vanno dal 20 al 50%. Un’analisi per difetto che però pone l’esigenza di una riflessione. «Probabilmente quando abbiamo affidato le sentenze a magistrati ricercandoli anche negli scantinati qualche cosa in più si poteva fare - ha sferzato la Bertolini -. Lavoriamo sempre un po’, mi permetto di dire, al buio o meglio, non al buio ma con opacità». A gettare acqua sul fuoco è intervenuto il presidente della Terza Commissione, il togato di Area Marcello Basilico, che ha evidenziato come l’impatto dei due nuovi fuori ruolo sarà «molto ridotto» essendo le due toghe impegnate nel penale, settore «meno direttamente coinvolto dall’obiettivo del disposition time civile». Una tesi supportata da Marco Bisogni, che ha rivendicato l’efficacia delle misure d’emergenza: «Cercare i magistrati in cantina ha avuto i suoi effetti e noi possiamo dire di avere, spero, raggiunto o comunque molto avvicinato gli obiettivi del Pnrr. Non svilirei quell’attività, perché quell’attività, frutto del sacrificio di molti magistrati, ha avuto un impatto sui dati statistici estremamente rilevante».
In attesa del tavolo al ministero, dunque, il Csm ha approvato le due pratiche superstiti con quattro voti contrari e tre astensioni. Un segnale che la “finestra” sui fuori ruolo, per ora, resta socchiusa.