Mercoledì 08 Aprile 2026

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Il caso

Caso Esposito, definitiva la condanna disciplinare per Colace e Minutella

La Cassazione rende definitive le sanzioni disciplinari del Csm per le intercettazioni illecite a carico dell’ex senatore

08 Aprile 2026, 09:06

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STEFANO ESPOSITO

Diventa definitiva la sentenza disciplinare con la quale il Csm ha punito l’ex pm di Torino Gianfranco Colace e la gup Lucia Minutella per le intercettazioni illecite – in totale 446 – a carico di Stefano Esposito, all’epoca senatore del Partito democratico, indagato e accusato sulla base di captazioni non autorizzate, come stabilito dalla Corte costituzionale. Per Colace viene dunque confermata la perdita di anzianità di un anno e il trasferimento al civile, mentre per Minutella era stata disposta la censura. Per la Cassazione, la decisione di Palazzo Bachelet sarebbe immune da vizi procedurali e logici, ribadendo, anzi la «consapevole forzatura dei limiti normativi all’attività di indagine» imputata a Colace.

L’ex pm, per il Csm e la Cassazione, sarebbe inciampato in una «grave violazione di legge», indicando quali fonti di prova a carico di Esposito «le intercettazioni telefoniche, delle quali, invece, l’ufficio requirente non poteva in nessun caso avvalersi, sia che si trattassero di intercettazioni indirette, sia che le si volesse qualificare captazioni occasionali», in quanto prive dell’autorizzazione richiesta dalla legge per i parlamentari. Colace aveva provato a ribaltare la decisione sostenendo che sia il Csm sia la Corte costituzionale (che aveva dichiarato inutilizzabili quelle captazioni) sarebbero incorsi in «clamorosi errori di fatto», perché dall’informativa sarebbe emerso un altro obiettivo: non l’approfondimento del ruolo avuto nella vicenda da Esposito, ma l’accertamento delle relazioni esistenti tra i “titolari della società Set up live” ed esponenti della criminalità organizzata. Per la Cassazione, però, l’informativa alla quale Colace fa riferimento «non è tale da rendere del tutto implausibile e smentita dagli atti la valutazione in ordine alla stessa espressa dalla Corte costituzionale e dal giudice disciplinare».

La Cassazione ha dunque ricordato ai due magistrati che «il legislatore, a garanzia della indipendenza e dell’autonomia delle Camere, ha dettato una disciplina volta chiaramente a tutelare quei valori a fronte di una attività investigativa, quale è quella che si realizza attraverso la captazione delle conversazioni, particolarmente invasiva della sfera di riservatezza del parlamentare». Disciplina che, affermano i giudici, non presenta «alcun margine di opinabilità nell’escludere ogni possibilità di utilizzazione nei confronti del parlamentare delle captazioni effettuate in assenza di autorizzazione preventiva, se intercettazioni indirette, o successiva, da richiedere in caso di acquisizione occasionale».

Nessun vizio motivazionale, per la Cassazione, che parla di «superficialità delle scelte processuali» e, appunto, di una «consapevole forzatura dei limiti normativi all’attività di indagine». Così come motivato dal Csm, infatti, Colace «era pienamente consapevole dell’obiettivo investigativo perseguito intercettando l’utenza di Giulio Muttoni dopo il 3 agosto 2015 e quindi della natura indiretta delle intercettazioni delle conversazioni» con il senatore Esposito e «del conseguente divieto di loro utilizzazione». Una condotta, la sua, che integra l’illecito disciplinare della «grave violazione di legge determinata da negligenza o ignoranza inescusabile», tanto più grave in quanto relativa ad una norma costituzionale prevista a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza delle Camere e in quanto «segmento finale di un’azione pluriennale che appariva quasi ab origine improntata ad una volontà di aggiramento di tale disciplina».

Stando all’articolata sentenza, Minutella era nelle condizioni di comprendere «ictu oculi, sulla base di un sommario esame del fascicolo» che le intercettazioni a carico dell’imprenditore Muttoni erano finalizzate a captare le conversazioni con Esposito. Questione, peraltro, sollevata dalla difesa dell’ex senatore in udienza preliminare, ma non affrontata nel merito al momento del rinvio a giudizio.

Per la sezione disciplinare, inoltre, «le dimensioni assunte dalla vicenda anche in termini di clamore mediatico (...) assurgendo essa a caso paradigmatico a livello nazionale già prima che si pronunciasse la Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzione sollevato dal Senato e, a maggior ragione, dopo la sentenza che ha rilevato con particolare nettezza la violazione della disciplina costituzionale in materia, rendono di tutta evidenza il grave pregiudizio arrecato all’immagine dei magistrati coinvolti e della giurisdizione torinese nella percezione dell’opinione pubblica». La condotta illecita, infatti, ha comportato l’immissione in un «circuito processuale molto ampio, trattandosi di un processo con 35 imputati» di «oltre un centinaio di conversazioni in cui era parte il senatore Esposito indebitamente intercettate nel periodo del mandato parlamentare».

Ieri è arrivata anche la censura del Csm a carico del procuratore di Rieti Paolo Auriemma , per la mancata iscrizione nel registro delle notizie di reato a seguito di un esposto del Garante dei detenuti, che aveva denunciato alcuni pestaggi in carcere. Auriemma (all’epoca dei fatti a capo dell’ufficio di Viterbo) aveva ricevuto dal garante un esposto a giugno 2018, nel quale venivano riportate le dichiarazioni di alcuni detenuti in merito a violenze subite in carcere.

Il procuratore, però, scrive il Csm nel capo di incolpazione «indebitamente rifiutava l’iscrizione nel registro delle notizie di reato disponendo l’iscrizione dell’esposto solo in data 11 agosto 2018», nel registro dei fatti non costituenti reato, «nonostante dallo stesso emergessero specifiche notizie di reato», arrecando, secondo il Csm, «un indebito vantaggio agli autori delle violenze denunciate e ingiusto danno per le persone offese».

Per la stessa vicenda, a giugno 2025, era già stata censurata la pm Eliana Dolce , oggi in forza alla procura di Taranto. Nel suo esposto, il Garante del Lazio, a seguito di una visita in carcere, aveva riferito quanto denunciato da alcuni detenuti, ovvero di aver subito violenze da parte di agenti di polizia penitenziaria. I detenuti presentavano «segni evidenti di contusioni e lacerazioni sul loro corpo e tutti hanno riferito modalità analoghe di violenze commesse nei loro confronti: sarebbero stati portati da più agenti di polizia penitenziaria nei locali docce o in stanze in uso alla sorveglianza ove sarebbero stati picchiati. Successivamente, i detenuti hanno raccontato di non essere stati visitati da medici se non dopo diversi giorni o, in altri casi, neanche dopo diversi mesi».

L'esposto segnalava anche la morte di un detenuto egiziano che avrebbe chiesto invano aiuto medico e il decesso per impiccagione di un altro detenuto. La motivazione verrà depositata entro 90 giorni.