Magistratura indipendente, il gruppo moderato delle toghe, perde pezzi. Bernadette Nicotra, giudice penale del Tribunale di Roma e attuale componente del Consiglio superiore della magistratura ha deciso di lasciare. Non un gesto improvviso, né una scelta personale isolata, ma l’approdo finale di una crisi, come lei stessa osserva in una lettera in esclusiva al Dubbio: «Gli eventi che segnano la vita delle istituzioni non avvengono mai per caso, ma sono il frutto di derive profonde».
Tutto inizia, o forse esplode, dopo il referendum sulla separazione delle carriere. Il No vince e Magistratura indipendente è stata in prima linea in quella battaglia. Eppure, proprio all’indomani del risultato, qualcosa si rompe: il segretario Claudio Galoppi si dimette. Un segnale inatteso, quasi incomprensibile. La vittoria apre la crisi. Per capire davvero cosa stia accadendo, Nicotra guarda indietro. Ricostruisce le origini di Magistratura indipendente, nata non da personalismi ma da una visione precisa: difendere l’autonomia della magistratura e segnare una distanza netta da ogni forma di politicizzazione. All’epoca, il contrasto con altre correnti era chiaro e profondo: nessuna “ingerenza” nelle decisioni giudiziarie, nessuna “militanza” ideologica. Era un’identità costruita su valori forti: “unità, apoliticità e indipendenza”. Non parole vuote, ma un modello di magistrato capace di stare nella realtà senza esserne condizionato, aperto al confronto ma non subordinato a una linea politica. Oggi, però, quel modello sembra sgretolarsi: «Un patrimonio che oggi vedo sciogliersi come neve al sole».
Il passaggio decisivo arriva con la campagna referendaria. L’Associazione nazionale magistrati si espone apertamente, assumendo un ruolo politico. Magistratura indipendente, invece di distinguersi, finisce per adeguarsi. Perde la propria autonomia e rinuncia ad una via alternativa. La frattura più profonda si consuma all’interno. Il pluralismo, un tempo fondamento, viene meno. Le posizioni favorevoli al Sì non trovano spazio, vengono isolate, definite “esclusivamente personali” e incompatibili con la linea ufficiale. Il dissenso non è più parte del confronto: «Il dissenso fisiologico non è stato tollerato». Per Nicotra è il punto di non ritorno. La corrente che si richiamava a figure simbolo dell’indipendenza, come Paolo Borsellino, appare ora irrigidita, chiusa, quasi dogmatica. Si difende l’autonomia verso l’esterno, ma si comprime quella interna. Un “paradosso doloroso”.
Così, quella che sembrava una vittoria si trasforma in qualcosa di più fragile: «Una vittoria di Pirro». Perché mentre si festeggia il risultato, si rafforza un equilibrio che rischia di schiacciare Magistratura indipendente, portandola verso un’omologazione indistinta. La domanda diventa inevitabile: che differenza resta tra le correnti, se tutte sembrano convergere nello stesso punto? Nicotra individua il problema più profondo: non una singola scelta, ma un modello. Una gestione sempre più verticale, meno attenta al confronto, più concentrata sulle decisioni che sull’ascolto. Il gruppo perde la capacità di interrogarsi, di discutere, di elaborare insieme. La crisi, però, potrebbe essere un’occasione per un momento di rinascita, il ritorno a un «laboratorio culturale» aperto e plurale.
Nicotra non nasconde il suo scetticismo. Alla fine, la sua scelta si chiarisce. Non rinnega ciò in cui ha creduto: «Ho creduto – e credo ancora – in un gruppo liberale, plurale». Ma sente che quel progetto si è allontanato, trasformato. L’uscita dal gruppo diventa inevitabile. Non una rottura rabbiosa, ma una presa d’atto. Resta solo una sottile speranza, che quella «connessione emotiva» non venga spezzata del tutto. Anche se, ormai, la distanza sembra difficile da colmare.