Futuro togato
CESARE PARODI, PRESIDENTE USCENTE ANM , GIUSEPPE TANGO, NUOVO PRESIDENTE ANM
Nella magistratura ci sono due anime. Alcune avanguardie isolate che scambiano il post referendum con il tempo della vendetta. Un’altra assai più ampia parte, anche nell’Anm, non vuole strafare. Teme che la sbornia provocata dal trionfo del No possa mettere l’ordine giudiziario, e il potere stesso dell’associazione, in pericolo. E perciò preferisce discutere. Lo ha fatto anche con il forum promosso dall’Altravoce-Quotidiano nazionale, il giornale diretto da Alessandro Barbano, che ieri ne ha pubblicato un ampio resoconto. C’erano il segretario dell’Anm Rocco Maruotti e il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, un magistrato-intellettuale atipico come Alberto Cisterna e il presidente dell’Unione Camere penali Francesco Petrelli, il presidente del principale Comitato del Sì alle carriere separate Nicolò Zanon e un altro accademico, più schierato contro la riforma, come Gian Luigi Gatta.
Il minimo comune denominatore è chiaro: una nuova giustizia è comunque possibile, anzi necessaria. E i segnali convergenti si moltiplicano. Basti pensare al primo incontro, avvenuto nelle stesse ore, fra il neoeletto presidente dell’Anm Giuseppe Tango e il vertice del Cnf Francesco Greco, alla presenza di un “mediatore naturale” come il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli. O al tabù infranto da Carlo Nordio e dallo stesso Sisto, che ci ha lavorato a lungo, con la scelta di nominare per la prima volta, come capo dell’Ufficio legislativo di via Arenula una figura che non provenisse dalla magistratura, Nicola Selvaggi, avvocato penalista e professore universitario. Un modo, tra l’altro, per ribadire che l’Anm ha vinto ma non può prendersi tutto.
Ecco: secondo i rumors le reazioni, all’interno delle correnti, alla nomina di Selvaggi non sono state entusiastiche. Ma neppure ci si è avventurati in un dissenso pubblico. La sinistra giudiziaria – “Area” e “Md” – ha costretto le toghe più “conservatrici” di “Mi” a indicare un successore di Cesare Parodi che fosse “gradito a tutti”, anziché proporre un leader consolidato della magistratura moderata come Antonio D’Amato . Ma l’intenzione delle correnti progressiste non era affermare un’egemonia politico-culturale fine a se stessa. L’idea è anzi di creare le premesse per discutere, col governo di centrodestra, di almeno tre dossier: modifica del sistema di voto per eleggere i magistrati al Csm, valutazioni di professionalità più stringenti nei confronti di giudici e pm e restyling del Testo unico per la dirigenza, la normazione secondaria sulle nomine ai vertici degli uffici giudiziari, così articolata da giustificare, di fatto, qualsiasi decisione, e alimentare le polemiche sulla correntocrazia. Tanto per fare un esempio, al forum dell’ Altravoce, Maruotti ha confermato che sulla «responsabilità del magistrato, in Anm abbiamo aperto un dibattito già a partire dal comitato direttivodi sabato scorso».
Riuscirà la politica a cavare un qualche risultato, da una fase in cui siede al tavolo da sconfitta? Non è escluso, nonostante un dato di fatto: Giorga Meloni non vuol più sentir parlare di leggi garantiste. Le associa alla sconfitta. I dati dei sondaggi, secondo cui quasi il 20% dell’elettorato di destra ha votato No, parlano da soli. In condizioni del genere, resta ai limiti dell’impraticabile (ma Nordio lo aveva ammesso subito) una riforma delle misure cautelari. Eppure c’è un fronte che persino Palazzo Chigi non può trascurare, ed è appunto il pacchetto di proposte sulle quali è la stessa magistratura a rendersi disponibile. Non la nuova prescrizione, né le norme sul sequestro degli smartphone, ma i provvedimenti che possono risparmiare dall’Anm un effetto boomerang: la persistenza del malcostume correntizi potrebbe rianimare nell’opinione pubblica l’ostilità alla casta togata.
E poi c’è un altro dossier, per ora accantonato: le misure di prevenzione antimafia, la loro distorsione come scorciatoia delle Procure, più rapida e meno assistita da garanzie rispetto al processo penale vero e proprio. Ebbene, ieri da Strasburgo è arrivata notizia che il ricorso Cavallotti, attorno a cui ruota la questione, sarà giudicato dalla Cedu nella Grande Camera. È la soluzione ce la Corte europea adotta quando la sentenza può produrre effetti non solo sui ricorrenti (in questo caso, i fratelli imprenditori del Palermitano assolti nel processo dalle accuse di mafia eppure vittime della confisca di tutti i loro beni), ma sull’intero ordinamento. Non vuol dire che la Corte abbia già deciso di bocciare il codice antimafia italiano, che consente appunto le confische agli innocenti, ma certo non è un indizio incoraggiante per l’Esecutivo.
Non è escluso che il governo provi a giocare d’anticipo per evitare gli effetti dirompenti di una pronuncia europea sfavorevole. Nordio aveva ricevuto a via Arenula PietroCavallotti e i vertici di Nessuno tocchi Caino . Dal ministro c’era stata un’apertura solo su una norma che preveda risarcimenti per chi ottenga la revoca della confisca ma si veda restituite aziende fallite o indebitate. Sarebbe una piccola concessione garantista in un panorana in cui Fratelli d’Italia punta casomai a stringere sulla sicurezza e l’immigrazione: basti pensare al rapporto su “islamizzazione e società parallele” presentato ieri alla Camera da Nicola Procaccini e Sara Kelany . Ma in un quadro che vede la magistratura dare le carte, non è il governo a poter impedire che alcune limitate novità, sulla giustizia, si facciano strada.
L’obiettivo ora è limitare i danni. Che, quando si perdono battaglie importanti, sono comunque inevitabili.