Palazzo Bachelet
Plenum del Csm
«Cambiamo le regole». L’esortazione di Magistratura democratica, lanciata durante l’ultimo Comitato direttivo centrale dell’Anm che celebrava la vittoria al referendum, riapre un capitolo mai veramente chiuso. Una proposta che rimarca l’esigenza di «liberarsi dalla logica del carrierismo e del clientelismo» che ha inquinato la vita dei gruppi associativi. Come spiegato dal magistrato Marco Patarnello a Valentina Stella su queste colonne, la strada è tracciata: ripensare il sistema elettorale del Csm in chiave democratica e trasparente o, in alternativa, rimettere mano al Testo Unico sulla dirigenza, privilegiando il criterio dell’anzianità per gli incarichi direttivi.
Il Testo Unico, approvato nel dicembre 2024, è nato sotto il segno della conservazione. All’epoca gli indipendenti Andrea Mirenda e Roberto Fontana, insieme a Mimma Miele (Md) e ai consiglieri di Unicost, tentarono di scardinare il sistema. L’obiettivo era ambizioso: asciugare la discrezionalità consiliare fino a rendere impossibile la “scelta del candidato predestinato”, rendendo così inutile il ricorso al sorteggio e la separazione delle carriere, estremo rimedio contro la degenerazione correntizia.
Nonostante la diagnosi fosse condivisa — il correntismo che trasforma la discrezionalità in arbitrio — a prevalere fu la proposta meno radicale, frutto del patto tra Area e Magistratura indipendente. Uno status quo blindato, nonostante l’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva auspicato una sintesi tra le due proposte. Nulla da fare, però, Così il blocco Area-Mi rimase fermo sulle proprie posizioni, portando a casa la vittoria con 16 voti contro 14.
La linea passata in plenum, difesa dal relatore Ernesto Carbone (laico di IV), puntava a «preservare l’autonomia valutativa del Csm». Secondo Carbone, irrigidire troppo la discrezionalità avrebbe significato delegare di fatto il potere di scelta ai dirigenti locali tramite i loro rapporti informativi, riducendo il Consiglio a un organo di mera «presa d’atto» di carriere preconfezionate. «L’autorevolezza del Consiglio — concluse Carbone — non passa per ulteriori autovincoli, ma per la coerenza dei comportamenti dei suoi componenti».
Diametralmente opposta la visione di Miele. L’altra proposta mirava a stringere le maglie di un sistema che permetteva interpretazioni troppo flessibili, portando a «cucire il vestito addosso al candidato scelto». L’idea era recuperare il modello di magistratura orizzontale voluto dai Costituenti, dove la distinzione è per funzioni e non per grado. L’introduzione di punteggi tecnici non avrebbe eliminato la discrezionalità, ma l’avrebbe spostata “a monte”: definire criteri generali certi prima di conoscere i nomi dei candidati, per evitare scelte calibrate “a valle” sul singolo aspirante. «Una scelta sui valori, e non sulle persone», sottolineò Miele. Ma nulla da fare.
Oggi l’Anm è chiamata a tentare di nuovo la via dell’autoriforma, ma lo scoglio resta lo stesso: il blocco conservatore Area-Mi. Sul tavolo restano due grandi nodi: il sistema elettorale e la gestione degli uffici. Patarnello indica nel proporzionale lo strumento per «sminare il dirigismo» e impedire che i candidati vengano calati dall’alto. Tuttavia, la storia dei sistemi misti insegna che la rappresentanza delle minoranze non sempre impedisce le logiche di blocco tra le correnti di vertice.
L’alternativa radicale è il ritorno all’anzianità senza demerito - «che ripudierebbe la perversa idolatria per l’attitudine direttiva che, nel sistema organizzativo della Giustizia, è priva di senso», secondo Mirenda - o la rotazione, cavallo di battaglia sempre di Mirenda. Già nel 2021, in Commissione Giustizia, Mirenda propose un sistema orizzontale: ogni magistrato con 10-15 anni di servizio potrebbe essere chiamato, a turno, a fornire il proprio contributo organizzativo per un biennio. L’idea è dirompente nella sua semplicità: un dirigente scelto “sulla carta” dal Csm spesso opera in un ufficio che non conosce, mentre le risorse interne avrebbero già la visione necessaria per gestirlo. «Nulla osta a che ogni magistrato partecipi alla gestione degli uffici», sostiene Mirenda, che aggiunge: «Le dichiarazioni di Patarnello segnano il fischio di inizio della campagna elettorale per il Csm, come sempre colma di cose che si dovranno fare ma che nessuno ha mai voluto veramente...». Dopo anni di scandali e riforme di facciata, chissà che questa non sia, finalmente, la volta buona.