L'evento
Un momento dello spettacolo
Il silenzio di un Teatro Argentina gremito in ogni ordine di posto è diventato, per una sera, la cassa di risonanza di uno dei misteri più laceranti della cronaca italiana: l’omicidio di Marta Russo. In una sala affollata, segno di una ferita che il tempo non ha saputo rimarginare, la storia della studentessa è tornata a vivere all’interno della rassegna "Le verità sospese", con l'appuntamento dal titolo "Alla Sapienza, una mattina". Quello che è andato in scena non è stato una semplice cronaca degli eventi, ma un viaggio nel crepuscolo di un’inchiesta nata sotto la pressione asfissiante di un’opinione pubblica che esigeva, a ogni costo, un colpevole.
Sul palco, le letture vibranti dell’attrice Anna Ammirati hanno restituito voce ai diari di Marta: una ragazza di ventidue anni che scriveva di voler essere felice «nel presente», ignara che il suo futuro si sarebbe spezzato lungo un vialetto della Sapienza quel 9 maggio 1997. È necessario partire da un punto fermo: il rispetto profondo per una famiglia che in quel giorno di maggio ha perso tutto. Come sottolineato da Goffredo Buccini, caporedattore del Corriere della Sera, quella dei Russo è una pretesa di giustizia legittima e granitica. Il loro fermo convincimento della colpevolezza di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, condannati in via definitiva per omicidio colposo e favoreggiamento dopo cinque faticosi gradi di giudizio, rappresenta l’unico approdo possibile contro l’assurdità di una morte senza perché. Per chi resta, la sentenza definitiva non è solo un atto giuridico, ma l’unica dimora in cui il dolore può tentare di trovare un senso.
Tuttavia, il dibattito tra il direttore Luca De Fusco, Buccini e Alessandro Barbano, direttore de L’AltraVoce, ha squarciato il velo sulle ombre di quella verità processuale. Buccini ha descritto un «gioco dell’oca» investigativo dove, tra passi avanti e bruschi arretramenti, in assenza di un’arma e di un movente credibile, la mancanza stessa di ragioni è diventata la prova regina. È nata così la tesi «filosofica» del delitto perfetto: una sfida intellettuale lanciata da due giovani assistenti universitari contro il valore della vita. «Mancava il movente, e allora la mancanza è diventata essa stessa il movente», ha osservato Buccini, tratteggiando una deriva in cui la realtà è stata piegata alla teoria.
L’aspetto più crudo della serata è stata la carrellata dei titoli dell’epoca, una requisitoria parallela che aveva già emesso il suo verdetto prima ancora del dibattimento. Una narrazione che ha trasformato due ricercatori in figure mitologiche del male attraverso una violenta deumanizzazione, costruendo il «mostro» e alimentando suggestioni come la «sinistra combinazione di Nietzsche e Heidegger». In quel clima, il diritto stesso è finito sotto accusa, tra chi scriveva che «il garantismo è fuori luogo», chi sosteneva fosse «sacrosanto infangare chi lo merita» e chi denunciava un «eccesso di garantismo» ormai inaccettabile.
Barbano ha denunciato una sorta di «stalking processuale», un metodo in cui la violazione della procedura è diventata norma, citando gli interrogatori di Gabriella Alletto e Francesco Liparota come momenti in cui il sistema sembrava aver smarrito la sua funzione terza per trasformarsi in un apparato di pressione quasi «cubano». Il direttore de L’AltraVoce ha inoltre evidenziato le incongruenze tecniche sulla finestra 4 dell’aula 6 di Filosofia del Diritto, quella dalla quale, secondo l’accusa, sarebbe partito uno sparo la cui traiettoria non è mai stata chiarita (e non era chiaribile), definendo la condanna per omicidio colposo una «implausibilità giuridica», ovvero un compromesso necessario per chiudere un caso che non poteva restare aperto.
In platea, la presenza silenziosa di Francesco Petrelli, storico difensore di Scattone, è servita da monito su quanto quel processo sia stato un labirinto privo di riscontri tecnici decisivi. La serata si è chiusa tra le pagine del diario di Marta, riaprendo una ferita mai rimarginata e un paradosso doloroso. Se da un lato resta la fermezza dei Russo nel difendere una condanna che dà un nome al loro lutto, dall’altro — come ricordato da De Fusco — preservare lo Stato di diritto significa ricordare che nessuna condanna pronunciata in presenza di un ragionevole dubbio può dirsi pienamente giusta.
Marta Russo rimane il simbolo di una doppia ferita: quella di una ragazza che voleva vivere il suo presente e quella di un Paese che, in preda all’emergenza, ha forse barattato la certezza del diritto con la necessità di una risposta immediata. Il proiettile di quel 9 maggio, ancora oggi, continua a rimbalzare contro le incertezze di un’intera nazione.