L'intervista
Claudio Cottatellucci
Succede sempre: quando un caso di cronaca diventa nazionalpopolare la politica interviene con polemiche e norme. Lo ha fatto anche con Bibbiano e ora con la casa nel bosco, pensando norme sull’onda dell’emotività. Il tutto ignorando le regole del gioco. A spiegarlo è Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione italiana magistrati per i minorenni e per la famiglia, che parte dal vero nodo della questione: «La domanda “di chi è?” si fa sui diritti di proprietà, non sulle persone. Perché una persona non è di nessuno».
Presidente, quali sono al momento le regole che soggiacciono ai provvedimenti di allontanamento? Sono adeguate?
Noi lavoriamo su un codice recentemente modificato dalla legge Cartabia. Un corpo di norme recentissimo che ha visto la riscrittura per intero dell’articolo 403 del Codice civile, una norma molto controversa perché dava possibilità all’autorità pubblica di allontanare in caso di rischio prima ancora di adire l’autorità giudiziaria. Gli allontanamenti sono disciplinati anche dall’articolo 330 del Codice civile, che prevede interventi che possono portare all’ablazione della responsabilità del genitore in presenza di una situazione di pericolo (non solo di danno sofferto, anche di rischio). C’è poi l’articolo 473-bis.22 che prevede la possibilità di adottare provvedimenti urgenti e indifferibili in corso di procedimento. Non abbiamo, dunque, una normativa arcaica. Dopo due anni e mezzo di rodaggio, abbiamo fatto un’analisi qualitativa e quantitativa su come è cambiato il lavoro del Tribunale per i Minorenni ed è venuto fuori che oggi il 20-25% dei procedimenti civili minorili riguarda proprio queste urgenze, che assorbono una quantità di risorse inimmaginabile per garantire tempi stretti. Non siamo di fronte a una normativa arcaica o “fascista”, come spesso si sente dire, ma a un sistema moderno che però necessita di mezzi, non di nuovi binari burocratici.
E le regole che si vuole introdurre cambierebbero il sistema in meglio o in peggio?
Si rischia in qualche modo di esternalizzare il lavoro del tribunale?
Probabilmente l’intenzione è quella. Ma vorrei fare alcune osservazioni. In primo luogo, il legislatore sembra ignorare il regime di incompatibilità che vige per i professionisti della sanità pubblica: i Tribunali per i Minorenni sanno da anni di non poter contare sul neuropsichiatra infantile dell'Asl come consulente individuale, potendo al massimo investire la struttura, che ha tempi tecnici necessari. Questa idea non fa i conti con lo statuto professionale di queste figure né con la carenza di risorse, che vengono sottratte a un settore sanitario già privo di risorse. Secondariamente, la gestione dell’urgenza appare paradossale. Se c’è necessità di intervenire subito per un serio pregiudizio all’incolumità, lo si fa ad horas col 403; se invece si aspetta l’esito di una consulenza, chi risponde se nel frattempo un bambino finisce male? La Consulenza tecnica d’ufficio è per sua natura oggetto di contraddittorio tra le parti: non è accettabile che, per sfiducia nell’uso dell’urgenza da parte dei Tribunali, si crei una sorta di consulenza esterna dotata di potere decisionale. In quel caso non sarebbe più un apporto tecnico al giudice, ma un’amministrativizzazione strisciante che sottrae garanzie ai difensori e ai genitori. Chi scrive queste norme sull’ondata emotiva non coglie le interconnessioni del sistema, creando una “zona franca” inaccessibile che compromette la fattibilità e il rispetto delle regole.
E cosa ne pensa del registro degli affidi introdotto dal ddl Nordio-Roccella?
L’introduzione del registro degli affidi nel ddl Nordio-Roccella poggia su un presupposto condivisibile - la necessità di monitorare i minori fuori famiglia - ma ignora che un sistema di rilevazione sofisticato esiste già. Oggi siamo in grado di conoscere non solo l’età dei minori, ma anche la durata e le ragioni dell’allontanamento, proprio per contrastare gli affidamenti che superano i limiti di legge. Sebbene l’intervallo di aggiornamento dei dati vada accorciato, la logica vorrebbe che si investisse sul sistema attuale che ha già superato il rodaggio. Invece, la nuova legge sceglie la strada dell’invarianza finanziaria: non si spende un euro, caricando i tribunali dell’onere di alimentare i sistemi informativi. Se il ministero è responsabile di tali sistemi, dovrebbe implementare il processo civile telematico per l’estrazione automatica dei dati, anziché chiedere ai magistrati di fare statistiche che non aiutano a celebrare i processi. Un sistema aggiornato resterebbe comunque un obiettivo comune, non ultimo per smentire i pregiudizi sull’eccesso di allontanamenti: con un tasso del 3,5 per mille, l’Italia allontana molto meno di Francia o Germania, eppure resta l’unico Paese segnato da un simile livello di rivalsa culturale contro le istituzioni.
Molti genitori oggi provano un senso di terrore, ma i figli non sono però proprietà né dei genitori né dello Stato. Qual è il confine esatto in cui il diritto di un genitore di scegliere uno stile di vita finisce e inizia il dovere dello Stato di intervenire?
Il vero nodo della vicenda, che viene raccontata come un’arbitraria coartazione degli stili di vita, risiede in realtà nella sistematica privazione di diritti costituzionali. L’ordinanza del 20 novembre lo chiarisce: siamo di fronte a una violazione dei diritti alla salute, alla relazione e all’istruzione, perpetrata dagli adulti responsabili ai danni dei figli. Il dato è emblematico: la primogenita di nove anni è risultata completamente analfabeta e non è stato possibile sottoporre i bambini ad alcuna visita pediatrica. Quando i diritti fondamentali sono calpestati, l’intervento diventa un dovere, perché i bambini sono persone e non oggetti nella disponibilità dei genitori. Chiedersi “di chi è il figlio” significa ragionare in termini di proprietà anziché di soggettività; lo scarto culturale sta proprio qui: si sposta l’attenzione sulla presunta libertà violata degli adulti, ignorando i diritti negati dei minori. L’intervento deve certamente rispettare i criteri di necessità e proporzionalità, ma non si può dimenticare che per tredici mesi i genitori hanno ignorato ogni prescrizione, arrivando a dileggiare il Tribunale chiedendo 50.000 euro a bambino per ottemperare all’ordine di far visitare i bambini. In retrospettiva, si è atteso persino troppo. Infine, trovo rivoltante il richiamo strumentale alla condizione dei rom: a differenza di questi ultimi, la famiglia in questione disponeva di tre alternative abitative. Evocare un presunto “diritto etnico” per giustificare tale incuria è uno scandalo logico e civile.
Il ministro ha inviato gli ispettori in Tribunale. Crede sia un intervento pericoloso?
Penso che ci sia un uso improprio del potere ispettivo, strettamente legato alla minaccia di azioni disciplinari per il contenuto di una decisione giudiziaria. Sebbene il potere di disporre ispezioni sia legittimo, in questo caso ci troviamo di fronte a un’iniziativa straordinaria che sembra contestare il merito stesso della decisione. Siamo davanti a una chiara invasione di campo dell’esecutivo: non è accettabile che ogni qualvolta un Tribunale emetta una sentenza sgradita al governo, scatti l’invio degli ispettori. Se viene meno il rispetto per la separazione dei poteri, il danno istituzionale è gravissimo. È un cortocircuito pericoloso, in cui il controllo amministrativo viene usato per censurare il dissenso giurisdizionale.
Eminenti psichiatri hanno sostenuto che separare i figli dai genitori è comunque un trauma superiore a una casa fatiscente o una mancata scolarizzazione. La magistratura come risponde a questa obiezione?
Mi ha colpito come anche persone stimate abbiano perso la misura nelle proprie dichiarazioni, cedendo alla fallace logica del “male minore”. Non esiste un male tollerabile quando si parla di tutela: dobbiamo invece ragionare sulla latenza dei danni. La neuropsichiatria insegna che le condotte omissive possono produrre effetti devastanti, spesso invisibili nell’immediato. Assistiamo a un pericoloso restringimento della categoria del pregiudizio, quasi che l’abuso esista solo in presenza di violenza fisica o sessuale. Ignorare l’abuso psicologico o la violenza assistita solo perché non lasciano lividi visibili rappresenta un balzo all’indietro di trent’anni. È una regressione culturale che nega decenni di studi clinici e giuridici sulla complessità del trauma infantile.
Quali saranno gli effetti di questo dibattito quotidiano e sopra le righe?
Gli effetti sono già visibili: è l’onda lunga di Bibbiano. Assistiamo a una demotivazione profonda degli operatori; le professioni di cura sono diventate professioni di cui nessuno ha cura e verso cui molti nutrono disprezzo. Questo clima rischia di sguarnire un sistema di protezione pubblica costruito in decenni di impegno. Chi attacca questo sistema non propone un modello alternativo, ma un’idea di famiglia come luogo sacro e impenetrabile. Si ignora però che la famiglia è purtroppo anche il luogo in cui i reati gravi, come gli omicidi, sono in crescita. È una lettura antistorica e ideologica: l’accusa di “ideologia” rivolta alla magistratura è una proiezione, l’esatto contrario della realtà. Difendere l’impenetrabilità del nucleo familiare significa, di fatto, negare protezione a chi è più fragile proprio dove ne avrebbe più bisogno.