Mercoledì 25 Marzo 2026

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Il processo

Caso Bibbiano, la procura impugna le assoluzioni

Le motivazioni della sentenza demolivano l’accusa: «Nessun sistema per rubare i bambini»

24 Marzo 2026, 11:49

25 Marzo 2026, 17:49

Caso Bibbiano, la procura impugna le assoluzioni

Il processo "Angeli e Demoni" sugli affidi in Val d’Enza si prepara a un secondo round davanti alla Corte d’Appello di Bologna. La Procura di Reggio Emilia, con la pm Valentina Salvi, ha impugnato la decisione del tribunale reggiano che a luglio aveva sancito il crollo dell’impianto accusatorio: su 14 imputati e oltre cento capi di imputazione, erano arrivate ben 11 assoluzioni piene. Anche le difese dei tre condannati a pene lievi — Federica Anghinolfi (2 anni), Francesco Monopoli (1 anno e 8 mesi) e Flaviana Murru (5 mesi) — hanno presentato ricorso.

Tuttavia, il deposito delle 1.650 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado getta una luce pesantissima sulla fragilità dell'inchiesta, definendo la narrazione accusatoria come «completamente disancorata dai fatti». Si tratta di un documento durissimo, che non si limita a scagionare gli imputati, ma smonta pezzo dopo pezzo l'intera narrazione del "sistema" per sottrarre bambini alle famiglie. 

Secondo le giudici Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini, non è mai esistito un metodo criminale volto a strappare minori a famiglie idonee. Al contrario, sono emersi elementi che provano la bontà dell’intervento dei servizi e degli psicoterapeuti. La sentenza è netta nel definire l'inchiesta come il frutto di una suggestione priva di riscontri: non è emersa essuna prova dei reati contestati. Anzi, prove – documentali e non – della bontà dell’intervento dei servizi e degli psicoterapeuti. Nessun falso ricordo, nessuna “macchinetta magica”.

L'ipotesi che gli operatori fossero mossi dalla convinzione di una "setta di pedofili" operante nel territorio è stata definita «totalmente carente o sconfessata da altre risultanze istruttorie». Uno dei pilastri dell'accusa riguardava la presunta manipolazione della mente dei bambini per indurre falsi ricordi di abusi. Le motivazioni smontano questa tesi, definendo le consulenze della Procura «più che fragili» e prive di basi scientifiche accurate: «Deve comunque escludersi» che tale alterazione «possa consistere o coincidere con la creazione di cosiddetti falsi ricordi o con la compromessa genuinità dei narrati dei minori». Ciò perché la teoria dei falsi ricordi, più volte invocata dalla pm, è stata illustrata soltanto in modo evocativo, «omettendo però di fornirne una ricostruzione scientificamente accurata». Per le giudici, «non è stato in alcun modo adempiuto l’onere probatorio incombente sulla pubblica accusa». 

Il Tribunale sottolinea inoltre che gli assistenti sociali hanno «sempre agito su specifico mandato del Tribunale per i minorenni», aggiornando costantemente l'autorità giudiziaria e non agendo mai con fini di inganno. Le giudici non avevano risparmiato critiche al clima mediatico che ha circondato la vicenda, parlando di una «campagna di fango che ha minato non solo la dignità degli imputati, ma soprattutto quella dei bambini»