Le carte dell'inchiesta
Cerimonia di commemorazione per l’attentato del 9 Ottobre del 1982 davanti la Sinagoga dove venne ucciso Stefano Gaj Tachè
A oltre quarant’anni da una delle pagine più dolorose della storia della Comunità ebraica di Roma, la Procura della Repubblica capitolina ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di cinque soggetti ritenuti, a vario titolo, coinvolti nell’attentato terroristico del 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga di Roma. In quel raid armato perse la vita il piccolo Stefano Gaj Taché, che aveva appena due anni, mentre circa quaranta persone rimasero ferite all’uscita dal luogo di culto.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il commando entrò in azione con modalità riconducibili a una operazione terroristica organizzata. Gli assalitori avrebbero lanciato ordigni esplosivi e utilizzato armi automatiche contro i fedeli che stavano lasciando la Sinagoga da un accesso secondario su via Catalana, per poi dileguarsi rapidamente nelle strade circostanti. L’attacco, per la Procura, si inserisce nell’attività di un gruppo armato internazionale attivo in quegli anni.
Gli indagati per cui è stata formalmente chiusa l’inchiesta sono Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68 anni, detenuto in Francia e già a giudizio per la strage del 2 agosto 1982 in Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71 anni, cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74 anni, di origine palestinese residente in Giordania; Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65 anni, di origine palestinese residente in Giordania; e Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66 anni, anche lui di origine palestinese e residente in Giordania.
Secondo gli inquirenti, avrebbero agito in concorso anche con altri soggetti oggi deceduti, tra cui Alhamieda Rashid Mahmoud, alias Fouad Hijazy, Maher Said e Al Awad Yousif, alias Arabe el Arabi Tawfik Gamal.
La riapertura dell’indagine è stata possibile grazie a nuovi elementi emersi da attività investigative parallele svolte in Francia su un altro attentato verificatosi nell’agosto dello stesso anno a Parigi, attribuito alla stessa organizzazione. Proprio queste risultanze avrebbero evidenziato collegamenti tra i due episodi, sia sul piano operativo sia per quanto riguarda le persone coinvolte.
Il lavoro investigativo è stato portato avanti dagli uomini della Digos della questura di Roma e della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, impegnati nella ricostruzione del contesto in cui maturò il raid. Un quadro segnato da fortissime tensioni internazionali e da una fase di escalation militare in Medio Oriente, che secondo la Procura avrebbe alimentato una strategia di azioni violente anche fuori dall’area del conflitto.
Per la Procura di Roma, gli elementi raccolti consentono di collocare l’attentato alla Sinagoga all’interno di una più ampia strategia terroristica dell’organizzazione di riferimento, attiva tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta con numerosi attentati in Europa e nel Mediterraneo.
Non si tratterebbe quindi di un episodio isolato, ma di un’azione inserita in una rete operativa più estesa, capace di colpire obiettivi civili e simbolici in diversi Paesi. È su questo impianto accusatorio che ora si fonda la chiusura delle indagini preliminari.
Sulla svolta giudiziaria è intervenuto anche il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, che ha espresso soddisfazione ma anche amarezza per il lunghissimo tempo trascorso. «L’attentato colpì famiglie inermi, segnando una delle pagine più tristi e dolorose della storia della nostra Comunità e della Repubblica. Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità», ha dichiarato.
Soddisfazione è stata espressa anche dal legale della Comunità ebraica romana, l’avvocato Cesare Del Mone, che ha sostenuto il lavoro della magistratura nella ricerca di giustizia per le vittime.