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Borsellino, il Csm sapeva e non parlò. I verbali nascosti per 30 anni

Due scelte, due silenzi. Non solo nascosero l'ultima riunione del giudice in procura a Palermo, ma non ci fu alcun procedimento ai magistrati che gestirono Scarantino

18 Marzo 2026, 10:36

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Borsellino, il Csm sapeva e non parlò. I verbali nascosti per 30 anni

Paolo Borsellino

Era il 2017, anno del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino. Fiammetta, la figlia del giudice, scrisse una lettera al Consiglio superiore della magistratura. Chiedeva che il Csm prendesse l’iniziativa e guardasse dentro casa propria, dopo che la sentenza del processo Borsellino Quater aveva fatto emergere responsabilità precise a carico dei magistrati di Caltanissetta che avevano gestito il caso del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Il Borsellino Quater aveva accertato qualcosa di sconvolgente: l’intera ricostruzione iniziale sulla strage di Via D’Amelio era stata costruita su una montagna di menzogne. Scarantino era un pentito falso, istigato a rendere dichiarazioni inventate. Su quelle dichiarazioni erano stati condannati degli innocenti. E nessuno degli allora magistrati, titolari dell’indagine, almeno sul piano disciplinare, aveva mai pagato.

La lettera di Fiammetta Borsellino

Il Csm acquisì gli atti e aprì una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu, stando alle parole di Luca Palamara, una discussione accesa. Ma la conclusione era già scritta.

A spiegarlo è lo stesso Palamara: «Acquisiamo gli atti del Borsellino Quater e apriamo una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu una discussione molto accesa, ma detto in onestà non ci fu mai l’intenzione di andare fino in fondo. Primo perché era passato troppo tempo per poter accertare una verità oggettiva, secondo perché sulla vicenda aleggiava il nome di Nino Di Matteo, in quel momento tra i più potenti e protetti magistrati italiani».

Due ragioni. La prima - il tempo trascorso - potrebbe in teoria reggere come argomento tecnico. La seconda no. Il fatto che non si dovevano toccare i più potenti e protetti magistrati italiani di quel periodo: nelle parole di Palamara, non è un dettaglio aggiunto a margine, è la ragione sostanziale per cui nessuno voleva toccare quella questione. Il Csm avrebbe dovuto essere il luogo in cui si verificano le responsabilità disciplinari. Diventò invece il luogo in cui non bisognava toccare chi era sulla cresta dell’onda mediatica. Fiammetta Borsellino aveva chiesto almeno una censura, almeno un segnale. Non arrivò nulla.

I verbali nascosti del luglio 1992

C’è un secondo episodio, più pesante del primo. Riguarda dei verbali che il Csm ha tenuto segreti per anni: le audizioni dei magistrati dell’allora procura di Palermo, ascoltati alla fine di luglio 1992, poche settimane dopo la strage di Via D’Amelio.

Nel 2017, sempre per il venticinquesimo anniversario, il Csm aveva deciso di desecretare diversi atti storici legati alle stragi. Una scelta che suonava come un gesto di apertura. Se non fosse che quella desecretazione si fermò a una certa data: i verbali delle audizioni avvenute dopo la strage di Via D’Amelio rimasero chiusi. Tutti gli altri no.

All’epoca Palamara era anche direttore dell’Ufficio studi e documentazione di Palazzo dei Marescialli. Nel 2022 fu ascoltato dalla commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra e spiegò perché quella pubblicazione si era fermata lì: era stata bloccata per evitare che potessero «in qualche modo essere messi in discussione gli equilibri politico-istituzionali che in quel momento governavano il mondo interno della magistratura».

Vale la pena rileggere questa frase con calma. Non dice: erano irrilevanti. Non dice: erano materiale tecnico. Dice che avrebbero messo in discussione gli equilibri interni alla magistratura. Per questo si decise di non pubblicarli. Da quei verbali emergevano in maniera scomoda alcuni magistrati dell’allora procura di Palermo. E soprattutto emergeva una notizia rimasta sepolta per anni: Paolo Borsellino, cinque giorni prima di essere ucciso, aveva partecipato a una riunione in procura. L’ultima della sua vita. In quella sede si era fatto portavoce delle lamentele degli ex Ros, il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, sulla gestione del dossier mafia-appalti.

Questo dettaglio cambia tutto. Per anni il teorema della cosiddetta trattativa Stato-mafia aveva costruito la narrazione che Borsellino non si fidasse di Mori, che tra i due ci fosse una diffidenza profonda, che il giudice avesse appreso dai Ros cose oscure e indicibili. Era uno dei pilastri su cui quella costruzione reggeva. Quei verbali raccontavano l’esatto contrario: cinque giorni prima di essere ucciso, Borsellino difendeva i Ros e si faceva portavoce delle loro lamentele sulla gestione del dossier. Ma quei verbali erano stati lasciati dov’erano. In un fascicolo. Sotto la polvere.

Come tornarono alla luce

La storia di come quei verbali vennero a galla parte, paradossalmente, da un processo per diffamazione. L’imputato è il sottoscritto con l’allora ex direttore de Il Dubbio Piero Sansonetti.

Nel 2018 era stata pubblicata un’inchiesta a puntate sul dossier mafia-appalti, concausa delle stragi. I magistrati Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte sporsero querela per diffamazione. Da quel processo, di primo grado e conclusosi con una condanna (ad aprile inizia l’appello), emerse per la prima volta l’esistenza di quei verbali. Fu l’avvocato Basilio Milo, difensore del generale Mario Mori, a recuperarli fisicamente: li trovò in un fascicolo impolverato presso la procura di Caltanissetta. Li fece poi acquisire al processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. A quel punto la procura generale fu costretta a depositare tutti i verbali. Il Csm li rese pubblici. Era luglio 2022.

Trent’anni dopo la strage. Venticinque anni dopo la prima richiesta dei familiari. Il danno era già fatto. Per tutti quegli anni il racconto, soprattutto mass mediatico sulla (non) trattativa aveva potuto circolare senza quella correzione. Borsellino era stato descritto come diffidente verso Mori, come portatore di segreti oscuri. Addirittura che Borsellino scoprì che Mori trattava con la mafia per conto di mandanti politici. Tutte balle. E i verbali raccontavano qualcosa di opposto. Ma erano rimasti in un fascicolo a Caltanissetta mentre il Csm sceglieva di non pubblicarli per salvaguardare certi equilibri.

Palamara lo disse chiaramente davanti alla commissione Antimafia: quella scelta non era tecnica, era politica nel senso più interno al sistema. La ragione, come detto, era preservare il mondo interno della magistratura. Ogni epoca ha i suoi equilibri da salvaguardare. Nel 1992 erano quelli dell’immediato dopo stragi. Nel 2017 erano quelli di una stagione in cui certi magistrati erano intoccabili. Oggi ce ne sono altri. Il meccanismo non cambia: cambia solo chi deve essere protetto.

Il Csm, l’organo che dovrebbe vigilare sull’indipendenza e la correttezza della magistratura, è diventato in questi casi lo strumento con cui si proteggono gli equilibri interni, volti a salvaguardare diversi personaggi. Prima affossando la questione delle responsabilità disciplinare sugli allora magistrati di Caltanissetta. Poi tenendo nascosti per anni i verbali che potevano cambiare la narrazione sulla strage di Via D’Amelio. In entrambi i casi, la famiglia Borsellino ha aspettato. In entrambi i casi, la risposta non è arrivata, o è arrivata quando il danno era già compiuto.

La discussione sulla riforma e sul referendum passa anche attraverso questa consapevolezza. Non per risentimento, ma perché i fatti qui descritti sono documentati, sono stati ammessi da chi era dentro al sistema, e sono rimasti senza conseguenze. Così come, ancora oggi, il sistema è immutato. Vale per la verità sulle stragi che purtroppo riguarda da vicino una parte della magistratura di allora, fino al cittadino comune. Un sistema che per auto proteggersi, ha messo in moto una gigantesca propaganda per il No.