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Urbanistica

Torre Milano, la Procura chiude l’istruttoria e attacca la rendita edilizia

Nel processo sul grattacielo di via Stresa, l’accusa parla di «guasti urbanistici» e di una città piegata alla speculazione. Il 2 aprile le richieste di condanna e confisca

17 Marzo 2026, 12:04

Torre Milano, la Procura chiude l’istruttoria e attacca la rendita edilizia

Torre Milano Via Stresa

Torre Milano diventa il primo banco di prova giudiziario di un’inchiesta che, in quattro anni, ha scosso il sistema urbanistico del capoluogo lombardo fino a lambire i vertici dell’amministrazione e dell’economia cittadina. Con la chiusura dell’istruttoria davanti alla settima sezione penale del Tribunale, il procedimento sul grattacielo di via Stresa entra nella sua fase decisiva. E la requisitoria della Procura ha già fissato il perimetro dello scontro: Milano, secondo l’accusa, sarebbe stata trasformata in «terreno di conquista della speculazione edilizia».

A segnare il passaggio è stata la presidente del collegio, Paola Braggion, che ha dichiarato formalmente conclusa l’istruttoria e ha dato la parola alla pm Marina Petruzzella per l’avvio della requisitoria. Dopo ore di intervento, la pubblico ministero ha annunciato che completerà la sua esposizione il 2 aprile, quando formulerà le richieste di condanna e di confisca del grattacielo.

Il caso del grattacielo di via Stresa

Al centro del processo c’è il complesso di via Stresa, una torre residenziale di 24 piani, alta 83 metri, con appartamenti venduti a oltre 10mila euro al metro quadrato. Secondo l’accusa, l’edificio sarebbe stato autorizzato nel 2018 attraverso una Scia alternativa al permesso di costruire, qualificando l’intervento come ristrutturazione edilizia di tre edifici bassi a uso uffici preesistenti.

Per la Procura, però, quella definizione non reggerebbe. Non si tratterebbe di una semplice ristrutturazione, ma di una trasformazione radicale che avrebbe richiesto un diverso percorso urbanistico, con un vero piano attuativo e un’istruttoria capace di valutare il carico generato dalla nuova costruzione.

Le accuse e gli imputati

La Procura chiederà la condanna per abusi edilizi e lottizzazione abusiva nei confronti dei costruttori Carlo e Stefano Rusconi, del progettista Giovanni Maria Beretta, degli ex dirigenti dell’urbanistica milanese Franco Zinna e Giovanni Oggioni, oltre a tre funzionari dello Sportello unico edilizia.

Secondo l’impostazione accusatoria, il punto centrale sarebbe la determina 65/2018 con cui il Comune ha equiparato la Scia unilaterale con atto d’obbligo al permesso di costruire convenzionato. Una scelta che per la pm rappresenta il cuore di un impianto amministrativo ritenuto irregolare.

“Una questione di diritto che riguarda tutti i Comuni d’Italia”

Il processo, almeno formalmente, riguarda soltanto la torre di via Stresa. Ma la Procura lo ha subito collocato dentro un quadro molto più ampio. La pm Petruzzella ha chiarito che si tratta di «una questione di diritto che riguarda la vita di tutti i Comuni d’Italia».

È questo il passaggio che trasforma il procedimento in un precedente potenzialmente decisivo anche per altri fascicoli già approdati in aula, come quelli su Bosconavigli di Stefano Boeri e sulle Park Tower di Bluestone. La requisitoria, infatti, punta a definire un principio generale sul significato di nuova edificazione, sui limiti della ristrutturazione e sul rapporto tra rendita immobiliare e interesse pubblico.

Il nodo dei 4,7 milioni e degli oneri ridotti

Secondo l’accusa, qualificare l’intervento come ristrutturazione edilizia avrebbe prodotto un danno economico per la collettività. La Procura sostiene che questa scelta abbia fatto perdere 4,7 milioni di euro alle casse pubbliche in monetizzazioni, contro i circa 500mila euro versati dall’impresa OPM per non cedere gratuitamente al Comune le aree necessarie ai servizi pubblici.

La differenza starebbe tutta nel meccanismo urbanistico utilizzato. Per la pm, la piccola dimensione del lotto, inferiore ai 5mila metri quadrati, avrebbe spinto a concentrare volumi, bonus e diritti edificatori acquistati altrove in uno spazio ridotto, stravolgendo la tipologia dell’intervento e trasformandolo in una torre. Tutto questo, secondo la Procura, avrebbe generato una serie di esternalità negative che non sarebbero mai state valutate in una vera istruttoria urbanistica.

Il piano attuativo che “non c’è mai stato”

Nel cuore della requisitoria c’è il richiamo all’obbligo del piano attuativo, previsto dalla legge urbanistica del 1942 e dalla legge Ponte del 1967 per i nuovi edifici più alti di 25 metri. A Milano, secondo la Procura, questo obbligo sarebbe stato sostanzialmente aggirato attraverso prassi locali che ne hanno ristretto l’applicazione ai casi superiori ai 15mila metri quadrati.

Per la pm, è proprio qui che si annida il “guasto urbanistico”. La qualificazione dell’intervento come ristrutturazione avrebbe consentito di evitare il passaggio attraverso strumenti di pianificazione più rigorosi, perché la ristrutturazione, per definizione, non comporta un aumento del carico urbanistico tale da richiedere nuovi servizi.

La “diabolica” Scia con atto d’obbligo

La Procura ha attaccato anche la scelta del titolo edilizio, definendo la Scia con atto d’obbligo un titolo «inesistente». Nella requisitoria, questo strumento viene descritto come «diabolico» o «fantasioso», perché avrebbe permesso di eludere uno dei punti più delicati del procedimento urbanistico: il passaggio in giunta e in consiglio comunale, con il conseguente voto politico e la possibilità per i cittadini di presentare osservazioni.

È proprio questo il nodo politico-amministrativo che l’accusa mette a fuoco: la sottrazione di scelte fortemente impattanti dal circuito pubblico della pianificazione e della partecipazione.

La rendita e il territorio: il manifesto della Procura

La parte più forte della requisitoria è probabilmente quella in cui la pm Petruzzella prova a dare una cornice generale alle inchieste urbanistiche milanesi. Secondo l’accusa, i servizi pubblici da realizzare in caso di nuova edificazione, come verde, scuole e parcheggi, non sono un dettaglio tecnico ma la compensazione dovuta dall’operatore che trae profitto dal contesto urbano esistente.

«Quella rendita è resa possibile dal fatto che la città esiste, beneficia del contesto urbano», ha detto la pm. E ha aggiunto una frase destinata a restare come sintesi dell’impostazione accusatoria: «La stessa torre nel deserto del Sahara non vale nulla».

Nel ragionamento della Procura, dunque, il costruttore non può beneficiare della città, della sua rete di servizi, della sua attrattività e delle sue infrastrutture senza restituire in modo corretto una quota di quel valore alla collettività. «Non può impoverire la collettività e le casse dello Stato», ha scandito Petruzzella.

Verso le richieste di condanna

Le richieste della Procura arriveranno alla prossima udienza, fissata per il 2 aprile. Sarà quello il momento in cui verranno indicate le pene richieste e formalizzata la domanda di confisca del grattacielo. Poi toccherà alle difese, con le arringhe degli avvocati Federico Papa, Michele Bencini, Francesco Moramarco, Massimiliano Diodà, Emanuela Gambini, Corrado Limentani, Gian Luigi Tizzoni, Eugenio Bono, Lodovico Mangiarotti e Giovanni Brambilla Pisoni.