Verso il voto
Scheda Referendum Sì No (AI)
Il referendum giustizia del 22 e 23 marzo arriva in un’Italia che da decenni vota sempre meno. La riforma costituzionale sulla magistratura voluta dal governo Meloni, con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e lo sdoppiamento del Csm, si inserisce infatti dentro una lunga traiettoria di astensionismo che, consultazione dopo consultazione, ha cambiato il volto della partecipazione democratica nel Paese.
La curva è chiara e non ha quasi mai invertito davvero la rotta. Dal referendum del 2 giugno 1946, quando l’affluenza toccò l’89,1%, fino alle Politiche del 2022, scese al 63,9%, l’Italia ha progressivamente perso una parte consistente del proprio elettorato attivo. Il record assoluto resta quello delle Politiche del 1958, quando si recò alle urne il 93,9% degli aventi diritto. Trent’anni fa, nel 1992, la partecipazione era ancora all’87,1%. In tre decenni, il sistema democratico italiano ha visto assottigliarsi quasi di un quarto la platea di chi partecipa stabilmente al voto.
Il dato non riguarda soltanto le elezioni politiche. Anzi, in alcuni casi il calo appare ancora più netto. Alle Europee del 2024, per la prima volta nella storia italiana di questo tipo di consultazione, si è recato alle urne meno della metà degli aventi diritto: il 49,7%. Alla prima tornata del 1979 era stato l’85,7%.
L’astensionismo non è più una variabile occasionale ma un tratto strutturale del sistema. E il referendum costituzionale di marzo si colloca proprio dentro questa trasformazione. Non arriva, cioè, in un Paese capace di mobilitarsi automaticamente per le grandi scelte istituzionali, ma in un contesto in cui il rapporto tra cittadini e urne si è fatto più fragile, intermittente e spesso segnato da sfiducia o distacco.
La storia repubblicana racconta però anche un’altra Italia, quella che sui referendum sapeva mobilitarsi in massa. Nel 1974, sul divorzio, andò a votare l’87,7% degli italiani. Nel 1978, sul finanziamento pubblico ai partiti, l’affluenza fu dell’81,2%. Nel 1993, nel pieno del clima di Mani Pulite, il referendum che cancellò i soldi pubblici ai partiti passò con il 90% dei voti e una partecipazione del 77%.
Accanto a questi picchi, però, si è allungata la serie dei referendum falliti per mancato quorum. È successo per la caccia, per la legge elettorale, per il reintegro dei lavoratori, per la procreazione medicalmente assistita, per le trivelle e anche per i quesiti sulla giustizia del 2022. L’ultimo vero scatto di partecipazione referendaria resta quello del giugno 2011, quando oltre 25 milioni di persone si recarono alle urne per votare su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento. L’affluenza fu del 54,8% e il quorum venne superato dopo sedici anni di astensionismo, in un clima di forte mobilitazione civile e politica.
È proprio qui che il voto del 22 e 23 marzo si distingue in modo netto dai referendum abrogativi. Questa volta non c’è quorum. La consultazione sarà valida qualunque sia il livello di partecipazione. È un elemento decisivo, perché cambia radicalmente il significato politico dell’astensione.
Se nei referendum abrogativi l’astensionismo poteva diventare uno strumento per far fallire il quesito, nel referendum costituzionale il peso dell’affluenza è soprattutto sul piano della legittimazione politica e democratica dell’esito. La riforma passerà oppure sarà respinta comunque, ma il dato della partecipazione dirà molto sulla forza reale del mandato popolare.
I referendum costituzionali precedenti mostrano oscillazioni molto ampie. Nel 2001, sul Titolo V, l’affluenza si fermò al 34,1%. Nel 2006, il No alla riforma del centrodestra vinse con il 52,3% dei votanti. Nel 2016, la riforma Renzi-Boschi fu bocciata con il 59,1% dei voti contrari e un’affluenza del 65,5%, la più alta mai registrata per un referendum costituzionale.
Quello del 2016 resta il punto di massimo coinvolgimento, probabilmente anche per la forte personalizzazione dello scontro e per la scelta di Matteo Renzi di legare la propria permanenza a Palazzo Chigi all’esito del voto. Nel 2020, in piena pandemia, il taglio dei parlamentari fu approvato con il 69,9% dei consensi e una partecipazione del 51,1%.
Il referendum del 22 e 23 marzo si colloca dunque dentro una forbice ampia, ma con un precedente recente che pesa molto anche sul piano del confronto politico.
Il raffronto più duro è proprio quello con i referendum sulla giustizia del giugno 2022. Cinque quesiti che toccavano temi quasi identici per materia — riforma del Csm, separazione delle carriere, valutazione dei magistrati — si fermarono a una partecipazione del 20,9%. Fu il minimo storico assoluto per una consultazione referendaria nella Repubblica.
L’unico vero precedente in cui la giustizia riuscì a mobilitare davvero gli italiani resta il novembre 1987, quando i quesiti sulla responsabilità civile dei giudici e sull’abolizione della commissione inquirente vinsero con percentuali comprese tra l’80 e l’85% dei voti validi.
È su questo terreno che si misura oggi la scommessa dell’affluenza. Da mesi sondaggisti ed esperti provano a capire quale sarà il livello di partecipazione, sapendo che proprio quel dato potrebbe incidere anche sulla percezione del risultato finale.
La novità, rispetto ad altri appuntamenti referendari, è che questa volta entrambi i fronti spingono verso le urne. Il Sì vuole trasformare il voto in una investitura popolare sulla riforma, il No punta a fermarla mobilitando un elettorato che si sente chiamato a difendere l’autonomia della magistratura. Se questa doppia spinta riuscirà a invertire almeno in parte la curva discendente dell’ultimo ventennio, il voto del 22 e 23 marzo potrebbe produrre un dato di partecipazione più alto delle attese.
Il punto finale resta tutto qui. In assenza di quorum, il referendum sarà valido in ogni caso. Ma la differenza tra una riforma approvata o respinta da una larga partecipazione e una decisa da una minoranza relativa del corpo elettorale è politicamente enorme.
Il rischio, altrimenti, è che la consultazione consegni un esito formalmente impeccabile ma numericamente fragile. Ed è questo il paradosso che accompagna il voto: una riforma che tocca uno degli assetti fondamentali della Repubblica potrebbe essere decisa dentro un Paese che continua a disertare le urne con crescente regolarità. I seggi aprono domenica alle 7.