Strategie togate
CESARE PARODI PRESIDENTE ANM
«Ringraziamo per l’apertura di credito, seppur largamente tardiva. Ci chiediamo se Giusi Bartolozzi sarebbe a questo tavolo, perché per noi è importante saperlo, dopo le frasi da lei pronunciate, che credo sia opportuno ricordare: “Votate sì per togliere di mezzo la magistratura”. È il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia. Non una passante. Vorremmo una risposta su questo, e la vorremmo già prima del voto. E come noi, la vorrebbero i cittadini italiani». Così Giovanni Zaccaro, segretario della corrente progressista dell’Anm AreaDg, commenta la dichiarazione rilasciata dalla premier Giorgia Meloni nell’ampia intervista sul Dubbio di ieri, nella quale ha annunciato che «in caso di conferma referendaria della riforma, nei giorni immediatamente successivi farò avviare a Palazzo Chigi un tavolo con i rappresentanti dei magistrati e dell’avvocatura, in modo da raccogliere proposte e suggerimenti per scrivere le norme di attuazione».
Altri, fra i colleghi di Zaccaro, passano la mano: «Siamo impegnati sul territorio per spiegare le ragioni del No. Poi, eventualmente, penseremo se e come trattare col governo», questa la sintesi che ci arriva. In realtà, però, l’Anm sta già pensando al dopo. E lo sta immaginando in una presunta posizione di vantaggio, sulla base di alcuni sondaggi interni che, dicono, vedrebbero il No in testa. Lo sta facendo nella consapevolezza che qualcosa vada cambiato: sia nell’organo di governo autonomo sia nel processo. Non si possono ignorare, questo il pensiero prevalente, le criticità emerse durante questi lunghi mesi di dibattito che hanno posto Csm e processo sotto una lente d’ingrandimento, facendo emergere varie disfunzioni. «Il punto vero è cosa fare con questa vittoria, se davvero dovesse esserci. Su quello potranno emergere divergenze importanti. Qualcuno potrebbe pensare che va tutto bene e basta, invece bisogna aprire una stagione nuova e cercare di fare dei cambiamenti», ci dice Marco Patarnello, toga di Magistratura democratica nel Comitato direttivo centrale dell’Anm.
Ad esempio ripensare la legge elettorale del Csm favorendo un sistema proporzionale per affrancarsi dal carrierismo. Già nel referendum interno dell’Anm nel 2022 la stragrande maggioranza delle toghe che aveva risposto si era detta favorevole a questo metodo. Per altri va ripensato il criterio di nomina degli incarichi direttivi e semidirettivi. Come ci spiega il consigliere di Cassazione Dario Cavallari, «molti parlano di tornare alla semplice anzianità. Una possibilità ulteriore potrebbe essere una rotazione degli incarichi all’interno dell’ufficio giudiziario, ma va studiata bene. Il sorteggio degli incarichi all’interno di una lista di persone altamente adeguate selezionata dal Csm con criteri oggettivi indicati per legge è un’altra possibilità, anche se, per me, meno auspicabile delle altre».
«All’indomani dell’esito referendario, dobbiamo immaginare e proporre strumenti di autoriforma», ha detto pure Stefano Musolino , pm antimafia in Calabria e segretario uscente di Md, a prescindere dal risultato del 23 marzo. Tra i vari punti, una «riforma del sistema tabellare che attribuisca maggiore rilievo ai contributi di tutti i magistrati appartenenti agli uffici giudiziari, all’avvocatura e al personale amministrativo».
Spostandoci invece sul piano processuale, Musolino crede «necessario mettere in discussione l’idea che la tutela delle persone offese postuli una diminuzione delle garanzie per l’accusato». Che ci sia bisogno di un cambiamento lo ha ammesso anche il presidente Cesare Parodi , parlando proprio sabato scorso al congresso di Md: «In questi anni sono emerse difficoltà che non possiamo ignorare: carichi insostenibili, carenze strutturali, un autogoverno talvolta faticoso, episodi che hanno inciso sulla percezione esterna di integrità. Riconoscerlo non significa piegarsi alla rassegnazione, ma assumersi la responsabilità di migliorare. La magistratura non deve cedere né alla drammatizzazione né alla minimizzazione, ma continuare a rispondere con serietà, cifra essenziale del nostro ruolo».
Ma anche il suo predecessore alla guida dell’Anm, Giuseppe Santalucia, durante un recente dibattito aveva detto che «occorre riflettere sulla fase delle indagini, certamente però la soluzione non è in una riforma costituzionale». Altri magistrati ci dicono invece che bisognerà seriamente ripensare all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in cambio, semmai, di una rivisitazione del divieto di reformatio in peius. Altri addirittura, guardando al modello tedesco, sarebbero favorevoli a un percorso di formazione unico per magistrati e avvocati: l’abilitazione finale sarebbe valida per entrambe le professioni. «Anziché separare le carriere uniamo la formazione», chiosa una toga.