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La sfida di Pinelli: «Noi avvocati garantisti anche coi magistrati»

Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura difende la cultura della giurisdizione e mette in guardia dal populismo giudiziario: «Il diritto di difesa non è un ospite»

15 Marzo 2026, 12:22

La sfida di Pinelli: «Noi avvocati garantisti anche coi magistrati»

Non è solo un omaggio istituzionale alla classe forense, quello del vicepresidente del Csm Fabio Pinelli. È, piuttosto, un richiamo rigoroso alla “grammatica della legalità” che non ammette deroghe, nemmeno quando il vento del populismo soffia più forte. Al centro del suo intervento c’è un concetto cardine: la toga non è un vestito di scena, ma un’appartenenza a un orizzonte comune. Magistrati e avvocati, pur nella diversità dei ruoli, abitano la stessa «casa della giurisdizione». E in quella casa, il diritto di difesa non è un ospite, ma il padrone di casa.

È un intervento accorato, ma necessariamente “scomodo”, quello del numero due di Palazzo Bachelet. Pinelli si trova a difendere un organo nel mirino della riforma - referendum permettendo - rivolgendosi proprio a quell’avvocatura a cui appartiene e che reclama, con la separazione delle carriere, quel giudice terzo da sempre agognato. Eppure, Pinelli riesce a mantenere l’equilibrio rivendicando un punto fermo: la giustizia disciplinare del Csm funziona. E lo fa usando l’arma preferita degli avvocati: la presunzione di non colpevolezza. Un principio che deve valere per tutti, anche per chi, nel volgare dibattito referendario cui siamo costretti ad assistere, viene oggi dipinto come il nemico.

L’avvocatura «è promotrice e custode del diritto alla difesa, strumento di garanzia del diritto alla giustizia», ha esordito un Pinelli visibilmente emozionato. Per il vicepresidente, avvocati e magistrati sono coprotagonisti: tutelano valori comuni per rafforzare la cultura della giurisdizione, animati da quello «spirito di leale ed autentica collaborazione» sancito anche dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2022. Una collaborazione che deve fondarsi sulla lealtà reciproca, rifiutando quella «generale e immotivata sfiducia» che troppo spesso inquina i rapporti tra le parti.

Quello di Pinelli è, di fatto, un appello alla pacificazione. Perché ci sarà un dopo e il ritorno alla normalità rischia di essere brutale se non si preservano oggi le regole del comportamento. «È imprescindibile che avvocati e magistrati continuino a confrontarsi con rispetto, rifiutando strumentalizzazioni interessate», ha sottolineato, chiedendo di fermare da un lato le critiche feroci alla magistratura e, dall’altro, i linciaggi mediatici dei difensori.

Il passaggio più politico riguarda però i limiti della toga. «La giustizia non è mai un terreno neutro: concentra tensioni, aspettative e paure che talvolta eccedono il perimetro della giurisdizione», ha evidenziato Pinelli. Spesso chiediamo ai giudici ciò che la giustizia non può dare: riparare un torto non significa ricostruire il patto sociale. Quello è compito della politica e della responsabilità dei cittadini. Sebbene i modelli disciplinari possano variare e ogni visione sia legittima, è essenziale che tutti gli attori istituzionali si riconoscano in un orizzonte condiviso.

In questo quadro, Pinelli ha lanciato una stoccata al populismo sanzionatorio, quella visione che trasforma il processo da «obbligazione di mezzi» in «obbligazione di risultato». Se è errato far coincidere la giustizia con la sola condanna - o con il parametro medievale della «esemplarità della pena» - questo principio deve restare granitico anche quando l’incolpato è, «per accidente», proprio un magistrato. L’avvocatura, ha ricordato il vicepresidente, non può prestarsi a narrazioni banalizzanti che misurano il buon funzionamento della giustizia sulla percentuale delle condanne.

La pena deve essere giusta e proporzionata, mai un “segnale” per assecondare i condizionamenti mediatici. La qualità della giurisdizione si misura sul rispetto delle garanzie, sul rigore dell’accertamento e sulla completezza delle motivazioni. In definitiva, calpestare la cultura del dubbio per compiacere la piazza significa disconoscere la Costituzione.

L’avvocatura deve continuare a farsi sentire perché i cittadini sappiano che - chiunque sia l’accusato, magistrato o comune cittadino - gli avvocati saranno sempre dalla stessa parte: quella dei diritti. Perché l’avvocato, come ricordava Piero Calamandrei in un passo citato con trasporto da Pinelli, «deve essere prima di tutto un cuore». Quella toga, quel «cencio nero» posto sulla bara, ha senso solo se è servito a reprimere un sopruso e a ravvivare la fede nella giustizia. Anche quando è la più difficile da difendere.