Venerdì 13 Marzo 2026

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Bruno Contrada, il bersaglio perfetto: cronaca di una delegittimazione di Stato

È morto a 94 anni l’ex 007. Arrestato nel 1992, la sua vicenda rimane il simbolo del concorso esterno retroattivo e di un’epoca di veleni palermitani mai del tutto chiariti

13 Marzo 2026, 17:01

17:10

Bruno Contrada

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Gli ultimi anni erano stati pesanti: quasi cieco, la respirazione ridotta a un filo, il corpo che cedeva giorno dopo giorno. Eppure, finché le forze glielo avevano permesso, aveva continuato a raccontare. A chiunque volesse ascoltarlo. La sua storia, quella che lui riteneva vera, l’unica che gli sembrava doveroso lasciare agli altri prima di andarsene.

Adesso che non c’è più, il destino del suo nome è già scritto: verrà ricordato come un uomo oscuro, uno dei volti della zona grigia in cui Stato e mafia si sarebbero intrecciati. Ma vale la pena fermarsi, perché la storia di Contrada è anche la storia di come un sistema, quello mediatico-giudiziario, possa costruire un bersaglio e tenerlo nel mirino per decenni, accumulando accuse su accuse, molte delle quali sono cadute nel vuoto e qualcuna clamorosamente smentita.

Nato a Napoli il 2 settembre 1931, aveva scelto lo Stato da ragazzo. Prima ufficiale dei Bersaglieri, poi funzionario di Polizia. Quattordici anni alla Squadra Mobile di Palermo, dal 1962 al 1976, come dirigente delle sezioni antimafia, investigativa, catturandi. Sei anni da capo del Centro Criminalpol per la Sicilia occidentale. Poi il Sisde fino al 1992. In trent’anni aveva accumulato circa sessanta encomi dalla Polizia e quasi cento dal Sisde. Non sono numeri decorativi: sono il resoconto formale di una carriera spesa contro le cosche più sanguinarie della Sicilia, anno dopo anno, con i rischi che questo comportava ogni mattina.

Quando gli allora pm della procura di Palermo, Scarpinato, Lo Forte e Ingroia, lo fecero arrestare, era la vigilia di Natale del 1992. Aveva sessantun anni ed era al culmine. Si aprivano per lui prospettive di incarichi ancora più alti negli apparati istituzionali. Invece arrivarono le manette, e un’accusa costruita quasi interamente sulle parole di collaboratori di giustizia, molti dei quali erano stati arrestati o denunciati da lui stesso negli anni precedenti. Gente che lo odiava, gente che aveva tutto l'interesse a colpirlo.

Tutto inizia con Contorno nel triangolo della morte

Per capire da dove nasce la delegittimazione di Bruno Contrada, bisogna tornare a un giorno preciso: il 26 maggio 1989. Quel giorno la Squadra Mobile di Palermo sorprende il pentito Salvatore Contorno in Sicilia. Il problema è che Contorno non dovrebbe essere lì. Giovanni Falcone lo aveva fatto trasferire negli Stati Uniti per precauzione, affidandolo alla protezione della polizia americana. Era uno dei collaboratori di giustizia più importanti dell’epoca, fondamentale per il maxiprocesso. Invece lo trovano in un casolare nel triangolo Bagheria-Altavilla-Casteldaccia, insieme al cugino e a un gruppo armato di lupara e mitra.

Nei giorni precedenti, in quella stessa zona, Contorno ha ammazzato diciassette mafiosi. Uno al giorno. Tutti appartenenti alle cosche dei Corleonesi, tutti nemici storici di Contorno e del suo clan. La gestione operativa del pentito era affidata a Gianni De Gennaro, all’epoca ex capo della Criminalpol. Quando la vicenda esplose, Contrada si mise apertamente in contrasto con lui: non aveva condiviso quel tipo di gestione, la riteneva sbagliata, e lo disse chiaramente. Un testimone chiave del maxiprocesso, teoricamente al sicuro in America, ricompare in mezzo a una scia di sangue nella provincia di Palermo. Era una situazione che non poteva essere ignorata.

Lo scandalo fu enorme. E in quel clima nacque la stagione del Corvo, le lettere anonime contro Falcone. Di Pisa, il magistrato che aveva condotto diverse indagini su appalti e su Vito Ciancimino e che aveva espresso apertamente le sue perplessità sulla gestione Contorno, venne accusato ingiustamente di essere l’autore di quelle lettere. Processato e infine assolto. I veleni di quella stagione erano indiscriminati. Falcone si fidava di De Gennaro. E le valutazioni di De Gennaro su Contrada pesarono. Da quel momento qualcosa si ruppe, e il nome di Contrada cominciò a girare nei corridoi della procura.

Il colpo finale arrivò con le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, e da lì in poi Contrada divenne un nome su cui scaricare qualsiasi accusa. La logica della cosiddetta “convergenza molteplice” fece il resto: più pentiti che raccontano la stessa cosa diventano prova, anche senza riscontri oggettivi. Ma nel caso di Contrada quasi tutti riferivano fatti saputi “de relato”, cioè da altri, nella quasi totalità già morti e impossibilitati a confermare o smentire. Come si fa a difendersi da questo? Non si può.

La condanna per un reato che non esisteva

Una volta che il nome di Contrada era entrato nel meccanismo, non ci fu più argine. Gli anni successivi all’arresto e al processo divennero una gara ad aggiungere. Venne accusato di essere stato presente in via D’Amelio il giorno dell’attentato in cui morì Paolo Borsellino. Aveva un alibi di ferro. Senza quell’alibi è ragionevole pensare che oggi il suo nome sarebbe legato anche a quella strage. Circolò la storia di lui e di Aiello, detto “faccia da mostro”, un poliziotto che nel frattempo era stato accusato senza alcuna prova di essere un killer di Stato e che non fu mai processato, che insieme passeggiavano per via Pipitone a Palermo per partecipare alle riunioni con Totò Riina. Lo si collegò all'omicidio di Piersanti Mattarella. E ultimamente uscì persino, si tratta di un falso, la notizia che avrebbe ostacolato le indagini sulla cosiddetta pista nera. Una telefonata che avrebbe fatto a un uomo dell’allora polizia giudiziaria di Palermo. Una telefonata inesistente.

Ma ritorniamo al suo processo. Avevano testimoniato in suo favore capi della Polizia, alti commissari, direttori generali dei Servizi, prefetti, questori, generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, magistrati. Nessuno di loro fu ritenuto credibile. I pentiti sì. La sentenza non spiegò nemmeno il movente. Perché Contrada avrebbe dovuto favorire la mafia? Si limitò a scrivere che non c’era necessità di specificarlo. Dalle carte processuali emergeva un funzionario onesto, di modeste condizioni economiche, senza condizionamenti familiari o ambientali, coraggioso e incurante del pericolo. Non esisteva una ragione plausibile. Non fu trovata. Eppure la condanna arrivò lo stesso.

Il processo seguì un percorso tormentato. Primo grado: condanna. La Corte d’Appello di Palermo, sezione presieduta dal dottor Agnello, ribaltò tutto il 4 maggio 2001, assolvendo Contrada con la formula più netta: “il fatto non sussiste”. La Cassazione annullò. Un secondo appello, sullo stesso materiale, lo ricondannò a dieci anni. Come scrisse Contrada stesso: “quale dubbio è più ragionevole del fatto che la stessa Corte di Appello, quella di Palermo, prima sentenzia quell’uomo è innocente e deve essere assolto, e dopo sentenzia quell'uomo è colpevole e deve essere condannato?”.

Il dato giuridico che resta, grazie al ricorso del suo ex avvocato Stefano Giordano, è quello che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo mise nero su bianco nel 2015: il reato contestato, il concorso esterno in associazione di tipo mafioso, non esisteva come fattispecie codificata nel periodo in cui lui avrebbe commesso i fatti. Era una costruzione giurisprudenziale applicata retroattivamente. L’Italia fu condannata. Nel 2017 la Cassazione dichiarò ineseguibile e priva di effetti la condanna. Ma il danno era stato fatto: quattro anni di carcere, il primo ingresso il 24 dicembre 1992, poi di nuovo dall'11 maggio 2007, e quattro anni agli arresti domiciliari. Liberato nell’ottobre 2012, a ottantun anni, dopo vent’anni di processo.

Adesso se ne è andato. Con il marchio che non è riuscito a togliersi del tutto, nonostante la Cedu, nonostante la Cassazione del 2017, nonostante i trent’anni di encomi e le testimonianze di mezza istituzione italiana rimaste lettera morta. Un uomo che aveva servito lo Stato contro la criminalità organizzata è stato premiato così. Questa è la storia che lui ha raccontato fino all'ultimo respiro. E ci sono abbastanza elementi, per prenderla sul serio. Ma oramai, il marchio, è rimasto. E ora che è morto, sarà più facile tirarlo in ballo.