Gesuiti contro. Con argomenti forti. In parte discutibili, ma forti. In un panorama devastato dalle mistificazioni, la campagna referendaria assume uno spessore decisamente più elevato grazie al mondo cattolico. Alla comunità ecclesiale, addirittura. E alla sua articolazione, la Compagnia di Gesù, appunto, dalla quale proveniva papa Francesco.
Ad aprire il dibattito era stato lunedì scorso padre Giuseppe Riggio, direttore di “Aggiornamenti sociali” , la rivista della federazione “Jesuit Social Network” . Un appello, va detto, argomentato ma un po’ indebolito da diversi deragliamenti nella retorica già ampiamente praticata dall’ Anm. Diverso, e sorretto da un orizzonte analitico decisamente più ampio, è il contraltare che in qualche modo “segna la linea”, per i gesuiti, vale a dire l’intervento proposto oggi dalla storica rivista della Compagnia di Gesù, “Civiltà Cattolica”. Sul quaderno di marzo compare un saggio dal titolo “Il referendum costituzionale sulla giustizia”, appena pubblicato in apertura anche sull’homepage dell’ultracentenaria testata – voluta da Pio IX – con due firme: quelle del vicedirettore padre Giovanni Cucci e di Michele Faioli, professore di Diritto del lavoro alla Cattolica.
Confutano, pur senza citarla, la stroncatura inflitta a Nordio da Riggio, e lo fanno con una tesi, un’antitesi e una sintesi conclusiva centrata sul ruolo del Capo dello Stato, che presiederà anche il nuovo Csm dei requirenti (dettaglio trascurato dalla magistratura ma poco enfatizzato, va detto, dallo stesso fronte del Sì). Cucci e Faioli partono da un dato: il referendum sulla separazione delle carriere rappresenta «un passaggio importante per l’ordinamento italiano, ponendo i cittadini di fronte alla scelta tra il completamento del modello accusatorio, attraverso la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm , e la difesa dell’ unità, anche culturale, della magistratura ». La riforma dell’ordinamento giudiziario, approvata dal Parlamento e ora sottoposta al vaglio degli elettori, si legge su “Civiltà Cattolica”, «non è solo una questione per addetti ai lavori. Essa tocca uno dei punti centrali della democrazia: come viene amministrata la giustizia e chi garantisce che il processo sia davvero ‘giusto’ ».
Proseguono padre Cucci e il professor Faioli: «Il referendum segna un bivio tra due visioni diverse dello Stato: una che punta sulla netta separazione tra chi accusa (il pubblico ministero) e chi giudica, e l’altra che difende», appunto, «l’unità culturale della magistratura». E «se da un lato la riforma punta a superare il problema del correntismo e a garantire la piena terzietà del giudice , dall’altro solleva timori», si osserva nel saggio che apre il nuovo numero di “Civiltà Cattolica”, «circa un possibile isolamento del pubblico ministero e un indebolimento dell’autorevolezza degli organi di autogoverno ».
Non si eludono dunque i rischi evocati costantemente dal fronte del No, dall’Anm come da gran parte dell’attuale opposizione parlamentare.
Ma tali incognite vengono risolte con una lettura intelligente, che attesta l’effettivo sforzo di approfondimento compiuto sul testo di legge: «In caso di approvazione referendaria, la funzione di garanzia del Capo dello Stato assumerebbe una nuova e complessa centralità: egli dovrebbe agire come perno di sintesi anche in riferimento a e tra le istituzioni di nuova costituzione, assicurando che la distinzione delle carriere non comprometta la coesione del sistema costituzionale e l’efficienza complessiva dell’architettura giudiziaria». Una chiave che sembra rispondere in modo adeguato alle incertezze certo non trascurabili sulla figura di pubblico ministero immaginata da Carlo Nordio: non più confusa – nell’insostenibile attuale ambiguità – con quella del giudice, ma neppure inquadrata in un diverso rapporto col potere esecutivo, dunque sospesa in una terra di nessuno esplorata finora solo dal sistema portoghese.
Più immediata ma, come detto, anche più connotata politicamente sembra la posizione espressa nei giorni scorsi da padre Riggio su “Aggiornamenti sociali” . «La separazione dei poteri prevista nella Costituzione è un valore troppo fondamentale per rischiare di metterlo in pericolo ». premette il direttore della rivista. Senza considerare neppure per un istante che è stato, al limite, l’indebolimento dell’articolo 68 sull’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, ad alterare quell’equilibrio in favore del potere giudiziario.
Riggio continua: la «scelta» di salvaguardare la separazione dei poteri « di fronte a prospettive incerte sui successivi passaggi normativi orienta verso un voto negativo su una questione che può essere affrontata in altri modi e in altre sedi». Allusione chiarissima alla temuta successiva sottoposizione del pm all’Esecutivo. Il direttore di “Aggiornamenti sociali” insiste quindi sulla natura «politica» della legge Nordio e della relativa consultazione popolare: «Non può essere altrimenti quando siamo chiamati a esercitare il nostro diritto di voto come cittadini. Lo è ancor di più quando si tratta di decidere se riscrivere il testo della Costituzione, che enuncia i principi e i valori che reggono la nostra convivenza civile e individua i modi per tutelarli». E poi: non è la prima volta che la Carta viene modificata ma, obietta Riggio, «la maggioranza delle revisioni della Costituzione ha avuto un esito positivo quando si è posta nel solco dello spirito di dialogo e confronto tra diverse sensibilità politiche da cui scaturì il testo in Assemblea costituente». Stavolta «non vi è stata un’autentica apertura al confronto nelle sedi parlamentari lungo l’iter di approvazione del disegno di legge costituzionale».
Ma qui si dimentica che la stessa comunità politica da cui proveniva il padre del processo accusatorio, Giuliano Vassalli, vale a dire la sinistra riformista rappresentata oggi dal Pd, ha a lungo promosso la separazione delle carriere e l’istituzione di un’Alta Corte, per poi rinnegarle nel momento in cui a riformare l’ordinamento giudiziario è stata la destra di Giorgia Meloni. Un’inversione di marcia precipitosa che è sembrata, questa sì, tutta politica, anziché ispirata alla fiducia nel diritto penale liberale.
Le conclusioni di Riggio sembrano segnalare come il direttore di “Aggiornamenti sociali”, diversamente dal confratello padre Cucci e dal professor Faioli, non abbia approfondito i risvolti più complessi della riforma: «Va riconosciuto che l’obiettivo di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri potrebbe essere raggiunto con una legge ordinaria, senza fare ricorso a una modifica della Costituzione» . Anche qui, nessun riferimento alla necessità di evitare che i pm condizionino le carriere di coloro, i giudici, dinanzi ai quali dovrebbero essere solo una parte al pari della difesa, obiettivo che può essere raggiunto solo attraverso lo sdoppiamento del Csm, da operarsi necessariamente con una modifica costituzionale, e il sorteggio , pure irrealizzabile con legge ordinaria e senza il quale i pm, egemoni nell’Anm (come attestano le 7 presidenze su 9 conquistate negli ultimi 15 anni dalle Procure) condizionerebbero comunque l’elezione dei togati giudici.
La Chiesa si divide, è vero. Ma, allo stesso modo di quanto avviene fra avvocatura e magistratura, sono i favorevoli al Sì a ragionare di giustizia, mentre anche chi sostiene il No all’interno del mondo cattolico tende ad arroccarsi su un punto di vista chiaramente tutto politico, con l’aggravante di rinfacciare tale forzatura alla parte avversa.