Mercoledì 04 Marzo 2026

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Ferri torna in toga e il Csm piange la ferita aperta dell'Hotel Champagne

Il plenum approva la delibera come atto dovuto, ma l’astensione di massa è un messaggio contro il collega “salvato” dalla politica

04 Marzo 2026, 18:59

19:23

Ferri torna in toga e il Csm piange la ferita aperta dell'Hotel Champagne

Il plenum del Csm ha dato il via libera al rientro in magistratura dell’ex sottosegretario Cosimo Maria Ferri, ma lo ha fatto con un voto che è l’immagine plastica di una spaccatura: 14 astensioni e un voto contrario. Una delibera vissuta come un atto dovuto e ineluttabile, imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato che ha restituito la toga a Ferri prima di quanto previsto dalla riforma Cartabia, ma percepita come un vulnus alla credibilità dell’istituzione.

Tutto ruota attorno al diniego che il Csm aveva opposto al rientro di Ferri dopo il mandato da consigliere comunale a Carrara. Il Consiglio superiore aveva applicato il "periodo cuscinetto" fuori ruolo previsto dalla riforma Cartabia per chi ha ricoperto cariche politiche. Tuttavia, i giudici di Palazzo Spada hanno ribaltato la decisione: poiché la candidatura era avvenuta prima dell’entrata in vigore della legge, fermare Ferri avrebbe significato applicare retroattivamente la norma.

Ma il dibattito in plenum ha trasformato la presa d’atto in un processo politico, che anticipa le polemiche che ci saranno quando Luca Palamara, come annunciato, chiederà di cancellare la sua radiazione. Al centro, la ferita mai rimarginata dello scandalo dell’Hotel Champagne. Come ricordato dal consigliere Roberto D’Auria (Unicost), di quel gruppo di sei magistrati, cinque sono stati sanzionati dalla sezione disciplinare. L’unico a uscirne indenne è stato Ferri, «il magistrato politico». Quello che intristisce, ha aggiunto, «è che proprio la politica, che accusa spesso il Csm di una giustizia domestica, è stata causa di una decisione che strumentalmente, in maniera superficiale, ben potrebbe definirsi come giustizia domestica, ma non da parte dei magistrati».

Dura anche la posizione di Marcello Basilico (Area), che ha definito il rientro di Ferri «un insuccesso rispetto alla linea di chiarezza tra politica e giurisdizione che la magistratura invoca da anni». Sotto accusa anche la scelta della destinazione: Ferri ha ottenuto, in qualità di giudice, una sede definita “sensibile” - Roma, proprio quella del cui futuro procuratore si discuteva la notte dell’Hotel Champagne - rinunciando a quel profilo di discrezione che il contesto avrebbe suggerito.

A chiudere il cerchio, Edoardo Cilenti (Mi) ha lanciato una stoccata ai colleghi, ricordando come lo stesso plenum avesse già autorizzato Ferri per attività giurisdizionali legate al Pnrr prima ancora della sentenza del Consiglio di Stato. Un’osservazione che mette a nudo le contraddizioni di un Consiglio che oggi si astiene in massa, ma che tecnicamente aveva già spianato la strada al collega.

Ferri torna dunque ufficialmente in magistratura, ma con un carico di 14 astensioni che pesano come un giudizio di opportunità. Un segnale chiaro verso un risultato che, come commentato da Area dopo il voto, «riteniamo non rispondente alle aspettative dei cittadini, che esigono chiarezza nelle relazioni tra politica e giustizia».

A margine del plenum a commentare è anche il togato indipendente Andrea Mirenda: «Il ritorno in magistratura del dottor Cosimo Ferri è la cartina di tornasole della pesante crisi morale che avviluppa il governo autonomo. Quello odierno è esito scontato e addirittura ineccepibile - ha dichiarato alle agenzie -. Ma la questione vera è altra e assai più delicata giacché interroga il Sistema: perché la Sezione disciplinare di questo Csm, disattendendo le richieste dei pubblici ministeri Fimiani e Perelli, non sollevó nuovo conflitto di attribuzione avverso quel traballante diniego della Camera ad utilizzare le chat? Un diniego ridotto - in buona sostanza - ad un fragile “perché no!” Non sarebbe forse stato giusto e agevole rappresentare alla Corte costituzionale che quella vacillante mancata autorizzazione sarebbe stata ostacolo insuperabile - come poi lo fu - all’essenziale funzione disciplinare del Consiglio? Non se ne fece nulla e questo è un fatto su cui vale riflettere… Non è inutile, poi, aggiungere che la scelta del dottor Ferri di assicurarsi la “comfort-zone“ del mancato consenso all’utilizzo delle note chat, per quanto lecitissima, mal si attaglia ai doveri deontologici di trasparenza, equilibrio e indipendenza di un magistrato. Non c’é dubbio che un magistrato, al pari di ogni altro cittadino, possa avvalersi di tutte le scappatoie legali a sua disposizione. I costi di simili condotte sono, tuttavia, assai diversi: quando delle scaltrezze si fa scudo un magistrato - ha concluso -, si apre inevitabilmente una breccia pesante nella fiducia dei cittadini tanto verso il medesimo quanto, più in generale, verso l’Ordine a cui appartiene. E anche questo è un fatto…».