Verso il voto
Un passaggio tagliato, decontestualizzato e rimesso in circolo in chiave elettorale. È da qui che nasce la presa di posizione di Stefano Scati, presidente del Tribunale di Brescia, che interviene pubblicamente dopo le polemiche esplose per un suo intervento a un convegno sulle ragioni del No al referendum del 22 e 23 marzo.
Scati sostiene che «il partito di cui fa parte l’attuale ministro della Giustizia ha utilizzato un estratto di un mio discorso al fine di manipolare l’opinione pubblica» e dice di voler chiarire «la mia storia e il mio pensiero, in modo che non ci sia alcun tipo di equivoco, prima di tutti con i cittadini».
Nel suo intervento, Scati mette in fila alcuni elementi identitari e di carriera: «Sono in Magistratura da 39 anni, e mai da fuori ruolo». E aggiunge: «Non sono iscritto ad alcuna corrente, come tra l’altro accade per oltre tre quarti dei magistrati italiani. Sono iscritto all’Associazione Nazionale Magistrati. Nel corso della mia vita associativa non ho però mai ricoperto incarichi né mi sono mai candidato per ricoprirli».
Secondo Scati, queste scelte non hanno inciso sulle sue progressioni: «Sono stato infatti nominato a due incarichi direttivi e a due semidirettivi», puntualizza, contestando l’idea – a suo dire «falsamente affermata» nel dibattito pubblico – che senza appartenenze correntizie le possibilità di crescita si riducano.
Il punto centrale della replica riguarda il senso di una frase estratta dal suo intervento. Scati spiega che, nel ragionamento originale, stava sostenendo un principio: «Quando si ricopre un incarico elettivo, si deve rispondere delle proprie azioni a chi ti ha votato». E chiarisce l’equivoco: «Rispondere delle proprie azioni è esattamente l’opposto di ciò a cui si è alluso con l’uso strumentale delle mie parole: vuol dire prendere decisioni in autonomia e poi spiegarle, non ricevere ordini in modo passivo».
Per Scati questo meccanismo vale in generale e anche per l’autogoverno: «Vale per il Parlamento, quanto per il consiglio di un ordine professionale. E vale naturalmente per il Consiglio Superiore della Magistratura, per la parte laica come per quella togata».
Nel passaggio più politico-istituzionale, Scati prende posizione contro l’idea del sorteggio come rimedio alle degenerazioni: «Il sorteggio non è in nessun caso la soluzione alle degenerazioni a cui abbiamo assistito in passato, di cui siamo tutti consapevoli, e a cui sia il CSM sia l’ANM hanno reagito».
La “cura”, per il presidente del Tribunale di Brescia, è un’altra: «La soluzione è il rigore etico». E avverte: «Un membro del CSM sorteggiato e privo di solidi principi morali sarebbe ancora più incline a essere parte di quelle degenerazioni, perché non dovrebbe darne conto a nessuno, nemmeno a chi lo ha indicato per ricoprire un incarico di tale rilevanza costituzionale».