Giovedì 26 Febbraio 2026

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Il caso

Deliveroo sotto la lente della Procura: «Paghe inferiori alla soglia di povertà»

I rider risultano come lavoratori autonomi ma dalle indagini emerge un sistema assimilabile al lavoro dipendente, senza però le tutele garantite ai lavoratori

26 Febbraio 2026, 08:36

Deliveroo sotto la lente della Procura: «Paghe inferiori alla soglia di povertà»

FATTORINI PIAZZA DUOMO DELIVEROO

Inverno caldo per le piattaforme di food delivery, dopo il caso Glovo-Foodinho ora è Deliveroo a finire sotto la lente degli investigatori.

La Procura di Milano contesta infatti alla società, con sede legale nel capoluogo meneghino in via Carlo Bo 11 e di proprietà della Roofoods Ltd. di Londra, di impiegare «manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori». In particolare corrispondendo «una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva». Somma che «sicuramente non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di garantire “una esistenza libera e dignitosa” (come previsto dall’art. 36 Cost.) e palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali», con l’aggravante che il numero dei lavoratori reclutati è superiore a tre.

Motivi che hanno portato il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano Paolo Storari, a disporre con decreto il controllo giudiziaro d’urgenza di Deliveroo Italy S.r.l., con la contestuale nomina di un amministratore giudiziario.

Deliveroo Italy, che dichiara di esercitare “attività di programmazione informatica” impiega 20mila ciclofattorini a livello nazionale, di cui 3mila solo nel milanese, e lo scorso anno ha dichiarato un volume d’affari pari a 240 milioni di euro nel 2024 e a 245 milioni nel 2023.

I ciclofattorini, altrimenti noti come rider, appaiono inquadrati da Deliveroo come lavoratori autonomi in partita IVA in regime forfettario ma, secondo il Nucleo Tutela del Lavoro (NTL) dei Carabinieri, la piattaforma li utilizzerebbe a tutti gli effetti come lavoratori dipendenti, senza però garantire le tutele previste dal nostro ordinamento.

Nel corso delle loro indagini gli investigatori hanno raccolto le testimonianze di numerosi ciclofattorini da cui emergono delle «concordanze oggettive», quali l’accesso alla prestazione esclusivamente tramite la piattaforma, l’assegnazione dell’ordine come unità di lavoro predefinita, la geolocalizzazione e il tracciamento dell’esecuzione della prestazione, la rendicontazione economica strutturata multilivello, la scomposizione delle voci economiche, la standardizzazione del compenso unitario e la ricorrenza di valori di base, la misurazione della produttività e dei volumi, il tracciamento della condotta di accettazione o rifiuto, la presenza di strumenti di “governance” nell’app, l’ampiezza dell’orario e articolazione in fasce ricorrenti oltre alla periodizzazione dei pagamenti.

Tutti elementi di un sistema di organizzazione dell’attività aziendale basata sulla piattaforma entro cui il rider «non determina in modo autonomo il processo di lavoro, soprattutto nella fase esecutiva della consegna».

Il ciclofattorino quindi non sarebbe in grado di crearsi una propria clientela o di stringere accordi diretti con i ristoranti, verrebbe costantemente geolocalizzato e la sua retribuzione mensile varierebbe in base agli ordini consegnati in un giorno e quante ore è rimasto “loggato” (connesso) al sistema.

Secondo quanto emerso dalle indagini «il meccanismo attuato appare frutto non tanto di una condotta estemporanea di un singolo che elude fraudolentemente adeguati modelli organizzativi, quanto il risultato di una politica di impresa», e i reati contestati alla società «parrebbero espressivi di una deliberata scelta per l’illecito, attuativa di una politica d’impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità».

«L'indagine della Procura di Milano sui rider riporta con forza al centro dell'attenzione pubblica il tema delle condizioni di lavoro nel settore delle piattaforme digitali - ha commentato la Cisl in una nota emessa ieri - La distinzione formale tra lavoro subordinato e autonomo non può tradursi in un vuoto di diritti. Servono garanzie certe su compensi equi, salute e sicurezza, copertura assicurativa, trasparenza degli algoritmi, rappresentanza sindacale e contrattazione collettiva. La trasformazione digitale non può significare arretramento delle tutele. Occorre un quadro regolatorio e contrattuale capace di coniugare innovazione e dignità del lavoro, contrastando ogni forma di dumping e precarietà».

Il decreto legislativo 81/2025, noto come “decreto rider”, ha modificato la legge 128/2019 introducendo tutele differenziate a seconda che la loro attività sia di lavoro autonomo o dipendente. «La norma però in genere non viene rispettata dalle Big tech - rivela l’avvocato giuslavorista Nino Matafù - che compensano gli importi delle multe comminategli con i risultati della loro attività di vendita dei dati personali». Per creare un quadro normativo più chiaro e stringente l’Unione Europea ha adottato la direttiva 2831/2024 “relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel lavoro mediante piattaforme digitali” che dovrà essere recepita dall’Italia entro il prossimo 6 dicembre.

«A livello europeo le grandi compagnie hanno fatto pressione con una pesante attività di lobbying perché impaurite della nuova legislazione che cambia le regole del gioco per le piattaforme - spiega Matafù - La direttiva cerca di stabilire una presunzione di subordinazione in ogni caso, se avvenisse in maniera consistente ed effettiva sarebbe un grande passo avanti per il settore - prosegue Matafù -l’intenzione è quella di creare sistema economico che non determini uno svantaggio competitivo ingiusto per le piattaforme che si adeguano alle norme rispetto a quelle che non lo fanno»

Nonostante i numerosi casi giunti alle cronache giudiziarie però «quello del food delivery può essere un settore sostenibile - si può fare in maniera decente senza essere troppo stringenti con la normativa, grazie anche alla collaborazione della società civile come nel caso Foodinho. La segnalazione al Garante del lavoro è stata fatta da un gruppo di ingegneri italiani che ha sede a Berlino,“reversing dot work” che tramite l’uso di reverse engineering hanno studiato gli algoritmi utilizzati dalla piattaforma riscontrando le violazioni».