A vederlo sul palco di Viterbo, con la passione di chi ha speso una vita intera nelle aule di giustizia, Pietro Grasso sembrava l'ultimo difensore di un fortino sotto assedio. L’ex presidente del Senato non ha usato mezzi termini per bocciare la riforma della giustizia, arrivando a dire che i referendum metterebbero i delinquenti in condizione di votare sì e che il nuovo assetto consegnerebbe le toghe nelle mani della politica. È un copione che Grasso, così come l’Anm e le correnti, recita spesso, richiamando i nomi di Falcone e Borsellino come scudi etici contro ogni tentativo di cambiare le regole del gioco.
Però, tra un monito e l’altro, c’è un pezzo di storia che l’ex magistrato pare aver rimosso: il racconto di come proprio quel sistema che lui oggi difende a spada tratta, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), si sia trasformato in passato in una sorta di camera di compensazione politica per proteggerlo. Non sono illazioni, ma il contenuto di una ricostruzione dettagliata che l’ex “zar” delle nomine Luca Palamara ha messo nero su bianco nei suoi libri, “Il Sistema” e “Lobby e logge”. La vicenda, che sembra uscita da un romanzo di spionaggio ma che ha i piedi ben piantati nei palazzi romani, ruota attorno a un nome: Gianfranco Donadio.
Per capire bene i fatti bisogna tornare indietro di qualche anno, quando Donadio era il braccio destro di Grasso alla Direzione Nazionale Antimafia (Dna). Grasso guidava l'ufficio che, per legge, dovrebbe solo coordinare le indagini sulla mafia senza però condurle direttamente. Donadio, però, si era spinto oltre. Aveva iniziato a scavare sulle stragi del 1992 e 1993, andando a caccia di mandanti esterni e figure misteriose come Giovanni Aiello, il poliziotto con il volto sfregiato noto come “Faccia da mostro”.
Il problema è che, secondo le denunce presentate all'epoca dalle procure di Caltanissetta e Catania, Donadio stava conducendo una sorta di “super-procura” ombra. Utilizzava i “colloqui investigativi” - che servirebbero solo a raccogliere informazioni generiche dai detenuti - per fare veri e propri interrogatori, cercando di costruire prove senza che i magistrati titolari dell'inchiesta ne sapessero nulla. Una condotta definita “invasiva” e “pregiudizievole” che, in un mondo normale, avrebbe portato a una sanzione disciplinare pesantissima. Interrogatori, tra l’altro, condotti in maniera suggestiva.
Nel 2013 la situazione esplose. I procuratori scrissero al Csm denunciando oltre 600 richieste di informazioni fatte da Donadio alla polizia giudiziaria. Ma qui scattò quello che Palamara chiama il “fattore Grasso”. Donadio non agiva da solo: ogni sua mossa, ogni delega investigativa era stata autorizzata e firmata dal suo capo, Pietro Grasso. Il tempismo, in queste storie, è tutto. Proprio in quel periodo, Grasso era stato appena eletto Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato.
Palamara sottolinea: «Grasso non ama gli schizzi e per noi al Csm era una pratica molto delicata, perché Donadio sosteneva che quello che aveva fatto era condiviso da Grasso. Un fatto grave, sul quale anche la Procura Generale della Cassazione, pressata dai procuratori imbufaliti, aprì un’inchiesta». Come finì? Palamara rivela che il Csm convocò Grasso, il quale avrebbe spiegato che non si era trattato di un’inchiesta parallela per chissà quali fini, ma di prerogative della Direzione Nazionale Antimafia che in qualche modo consentivano quelle attività, compreso il ricorso a persone legate ai servizi segreti.
Il Csm si trovò dunque davanti a un bivio pericoloso: punire Donadio significava ammettere che anche chi aveva firmato quegli atti - cioè il neoeletto Presidente del Senato - aveva commesso un errore gravissimo. Condannare il braccio operativo voleva dire, per proprietà transitiva, processare il vertice istituzionale. Secondo quanto rivelato da Palamara, il Consiglio scelse la via della “ragion di Stato”. Invece di seguire la strada della sanzione rigorosa, l’organo di governo autonomo della magistratura si trasformò in un mediatore diplomatico per evitare un terremoto istituzionale che nessuno voleva gestire.
La soluzione trovata è un classico del manuale di sopravvivenza del “Sistema”: l’archiviazione unita al trasferimento. La pratica disciplinare contro Donadio fu chiusa nel silenzio, motivandola con la complessità delle norme che avrebbero indotto il magistrato in errore senza dolo. Siccome però il conflitto con le procure siciliane era ormai insanabile, bisognava comunque allontanare Donadio da Roma. Fu scelta così la formula del “promoveatur ut amoveatur”. Donadio fu nominato Procuratore Capo a Lagonegro, in Basilicata. Da una parte veniva tolto dalle indagini scottanti sulle stragi - accontentando chi lo aveva denunciato - dall'altra riceveva una promozione formale che evitava polemiche o sospetti di punizione. Un cerchio perfetto: il magistrato “salvato”, le procure siciliane di nuovo sovrane e l’immagine di Pietro Grasso preservata intatta nel suo nuovo ruolo politico. Donadio poi sarebbe diventato consulente della Commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra del M5S: uscito dalla porta, rientrato dalla finestra.
Ecco perché le parole di Grasso a Viterbo suonano oggi così stonate. L’ex magistrato lancia l’allarme sul rischio che la politica controlli la giustizia attraverso la riforma, ma il sistema attuale - quello che lui difende come baluardo di indipendenza - è lo stesso che, stando al racconto di Palamara, ha operato con logiche squisitamente politiche per tutelare proprio la sua figura.
Quando Grasso parla di una magistratura che finirebbe nelle mani dei partiti, sembra dimenticare che il Csm, nel caso Donadio, si è comportato esattamente come una camera di compensazione politica, neutralizzando uno scandalo ai vertici per pura convenienza istituzionale. È un cortocircuito logico: si attacca il cambiamento in nome di un’autonomia che, nei fatti, è stata usata come scudo per salvaguardare gli equilibri di potere.
Forse, prima di citare Falcone e Borsellino per opporsi a qualunque modifica dell'assetto del Csm, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dentro quegli armadi che le rivelazioni di Palamara hanno scoperchiato. Perché il sospetto, per il cittadino comune, è che la strenua difesa dell'attuale “governo autonomo” delle toghe non serva a garantire l'indipendenza individuale dei magistrati, ma a preservare quel meccanismo di protezione reciproca che ha permesso a carriere eccellenti di proseguire senza macchie, anche quando le regole venivano piegate alle necessità del momento.
La riforma della giustizia è un tema complesso, fatto di tecnicismi e visioni contrapposte. Ma se c'è una lezione che la vicenda Donadio-Grasso lascia, è che l’imparzialità non abita sempre dove ci viene indicato. E che, a volte, chi grida più forte al pericolo della “politica nella giustizia” è lo stesso che da quella politica, travestita da autogoverno, ha ricevuto il regalo più grande.