Giovedì 26 Marzo 2026

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Stragi del ‘92, giù il sipario per Dell’Utri: «Non fu il mandante»

L’intervista ai cronisti francesi nella quale Paolo Borsellino disse di non sapere nulla sull’ex senatore rimase segreta fino al ‘94: crolla il teorema dell’accelerazione di via D’Amelio

07 Febbraio 2026, 13:40

09 Febbraio 2026, 08:35

Stragi del ‘92, giù il sipario per Dell’Utri: «Non fu il mandante»

Marcello Dell'Utri non c’entra nulla con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo dicono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Caltanissetta, mettendo fine a un inseguimento giudiziario durato decenni e fatto di teoremi, sospetti e indagini infinite. Dopo anni di ricerche frenetiche per trovare un legame tra l’ex senatore e le bombe che hanno ucciso Falcone e Borsellino, la richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca e dall’aggiunto Pasquale Pacifico chiude il cerchio: “infondatezza della notizia di reato”. In sostanza, non ci sono prove.

Tutto era ricominciato nel luglio del 2022. La Procura aveva deciso di riaprire le vecchie carte, quelle del fascicolo già archiviato nel 2002, per dare la caccia a un “fantasma” che da sempre aleggia in queste storie: il mandante esterno. L’indagine riguardava Dell'Utri e, inizialmente, anche Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata poi chiusa per la sua scomparsa. L'obiettivo dei magistrati era capire se dietro l'accelerazione della strage di via D’Amelio ci fosse un interesse politico o economico legato alla nascente Forza Italia, allora ancora in fase di “progetto”.

Il cuore di questa nuova indagine batteva a due giorni prima della strage di Capaci. È il 21 maggio 1992, Paolo Borsellino apre la porta di casa sua a due giornalisti francesi, Jean Claude Zagdoun (noto come Fabrizio Calvi) e Jean Pierre Moscardo. Non è una chiacchierata qualunque: i due lavorano per un colosso televisivo, Canal Plus , e stanno mettendo in piedi un’inchiesta pesante sui rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia. C’è un dettaglio che balza subito agli occhi ed è bene sottolinearlo, perché smontai sospetti: nell'intervista sono i giornalisti a incalzare Borsellino sui legami tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. Il magistrato però frena. Chiarisce di non saperne nulla perché non sono indagini sue. Anzi, proprio per rispondere, mostra e consegna davanti alle telecamere documenti che non aveva mai maneggiato.

Perché i francesi cercavano risposte che Borsellino non poteva dare? Era in corso una guerra commerciale. Canal Plus voleva impedire a Berlusconi di sbarcare con le sue televisioni in Francia, dove avrebbe fatto una concorrenza spietata. L'inchiesta giornalistica serviva a sbarrargli la strada, a “bruciarlo” politicamente e imprenditorialmente. Quando però il Cavaliere decide di fare un passo indietro e rinunciare ai suoi progetti oltreconfine, l’interesse per l’inchiesta sparisce nel nulla. Il “bottino” giornalistico – circa 50 ore di girato grezzo – finisce dimenticato in un cassetto. Solo nell'aprile del 1994 il settimanale L’Espresso ne pubblicò alcuni estratti. Per vederla in tv bisogna aspettare addirittura il 2000, quando Rai News 24 – con Sigfrido Ranucci – ottiene una cassetta dai familiari di Borsellino. Era un video breve e, come annoteranno i magistrati che assolsero Guzzanti da una querela, risultò pure “manipolato” nei tagli. Solo nel 2009 Il Fatto Quotidiano distribuirà la versione integrale.

I magistrati si sono fatti la domanda più logica: come faceva Cosa Nostra a sapere cosa aveva detto Borsellino se nessuno ne aveva parlato in giro prima delle stragi? Hanno sentito Fabrizio Calvi, ma le sue risposte sono state deludenti, a tratti reticenti. Calvi ha escluso di aver raccontato il contenuto di quell’incontro con qualcuno vicino agli ambienti mafiosi in quei giorni caldi del '92. Dunque, non c’è traccia di una “fuga di notizie” che potesse spingere i killer ad accelerare l'attentato di via D'Amelio. E poi c’è il capitolo dei collaboratori di giustizia, che spesso si perdono nei ricordi. I magistrati hanno riletto le dichiarazioni di Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Cancemi diceva che Riina, dopo Capaci, voleva “appoggiare” Dell'Utri e Berlusconi. Brusca confermava il clima, ma alla fine ha ammesso di non aver mai sentito Riina parlare dei due indagati durante le riunioni operative per decidere la strategia delle bombe. Erano solo sue deduzioni fatte anni dopo, non fatti.

Il colpo di grazia alla tesi dell'accusa arriva dall'analisi di Giuseppe Graviano, il boss delle stragi. Le sue parole, tra intercettazioni in carcere e dichiarazioni in aula, sono state bollate come “totalmente inattendibili”. Graviano parlava di “cortesie” chieste da Berlusconi e di incontri segreti a Milano nel 1994, ma non ha mai portato un riscontro. Quando si è cercato di dare un volto al misterioso “uomo della montagna” citato dal boss, la risposta è rimasta nel vago, in un linguaggio criptico utile solo a depistare. La Procura riconosce che i rapporti tra l'ambiente di Berlusconi e il mondo siciliano esistevano, ma è un dato già noto da altri processi. Il punto è che non esiste la minima prova che Dell'Utri abbia avuto un ruolo nelle stragi del ‘92. Non ha chiesto lui di uccidere, non ha dato ordini e non ha usato l'intervista francese per i suoi scopi.

Questa richiesta di archiviazione è un atto di onestà. Le indagini hanno un limite di tempo e quel limite è stato raggiunto. Non si può inseguire un teorema per sempre se i fatti continuano a dire altro. Dopo trent’anni, bisogna accettare che la giustizia non può nutrirsi solo di sospetti. Per i magistrati, non c’è nulla che possa stare in piedi in un tribunale. Dell'Utri esce da questa indagine come ne era entrato: un uomo segnato dal sospetto, ma contro il quale la legge non ha trovato prove. Il capitolo delle stragi del 92, per lui, forse finisce qui.