Lunedì 06 Aprile 2026

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Le “follie” di Trump trascinano i repubblicani verso il baratro

A sei mesi dal voto di mid-term. il Gop sembra sicuri sconfitto: effetto di un presidente fuori controllo a cui nessuno osa opporsi

06 Aprile 2026, 18:09

Le “follie” di Trump trascinano i repubblicani verso il baratro

I sondaggi sono impietosi: il Congresso è ormai perduto, forse si può sperare in un pareggio al Senato, magari in una vittoria di misura. Comunque vada, per il partito repubblicano le elezioni di mid term si annunciano come un disastro politico. E la causa è una sola: Donald Trump.

Gli indici di popolarità del presidente Usa continuano infatti a precipitare verso il basso trascinando il Gop, una caduta accelerata da comportamenti fuori controllo e da una comunicazione impazzita che si sovrappone in modo straniante alla guerra contro l’Iran e all’imminente crisi energetica. L’ultima intemerata durante le celebrazioni pasquali quando ha pubblicato su Truth Social un messaggio di inaudita violenza rivolto agli iraniani, mescolando senza filtro minacce militari e insulti scomposti: «Aprite quel fottuto stretto di Hormuz, bastardi, o vivrete all’inferno!».

Diversi esponenti democratici come il senatore Chris Murphy hanno denunciato l’instabilità patologica e l’incapacità di svolgere la funzione presidenziale, evocando addirittura la sua destituzione per motivi di salute mentale: «Se fossi un membro dell’amministrazione Trump, passerei la Pasqua a contattare avvocati costituzionalisti sul 25° emendamento». Stessa considerazione del capogruppo Chuck Schumer che parla di «presidente senza freni, che spara frasi da squilibrato sui social».

Sulla “follia” di Trump esiste una folta letteratura, spesso alimentata avanti dai suoi avversari e vederlo destituito per problemi psichici sembra una prospettiva illusoria, di sicuro però le continue derapate del presidente stanno avendo pesanti conseguenze sul tutto il suo campo politico da dove emergono le prime grida di insofferenza. La senatrice Susan Collins ha criticato apertamente i toni utilizzati dal tycoon invitandolo a una maggiore «disciplina istituzionale», decisamente più duro l’ex candidato alla Casa Mitt Romney, esterno al trumpismo ma ancora molto influente: «E’ un leader che utilizza un linguaggio indegno del suo incarico». Anche il senatore Tim Kaine non la tocca piano: «I discorsi del presidente e del capo del Pentagono Heghset sono imbarazzanti e puerili».

Il problema è che non si tratta solo di una questione di toni e di forme ma di sostanza politica, perché gli Stati Uniti si sono tuffati in una guerra che dovevano stravincere in poche settimane e che invece sta per innescare uno shock energetico planetario. Il conflitto si è infatti subito allargato, destabilizzando il Golfo e contribuendo alla chiusura dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico mondiale. Per molti esponenti repubblicani l’intervento in Iran è stato pianificato ed eseguito in modo avventato se non dilettantesco. Il deputato del Congresso Don Bacon punta l’indice contro «un’escalation militare portata avanti senza strategia che sta creando gravi rischi alla sicurezza nazionale», mentre il collega Thomas Massie denuncia «la violazione costituzionale di una guerra scatenata senza passare per il voto del Congresso».

Per un presidente eletto promettendo di ridurre l’inflazione e porre fine alle “guerre infinite”, il paradosso è evidente e politicamente deleterio. Secondo diversi sondaggi di opinione, circa sei americani su dieci ritengono che l’intervento in Iran sia andato troppo oltre, e una quota significativa di elettori repubblicani si oppone all’ipotesi di un coinvolgimento militare più diretto chiedendo che il conflitto finisca quanto prima.

La guerra pesa non solo in termini di esito militare, ma nella vita quotidiana degli americani: benzina più cara, prezzi delle merci che rischiano di schizzare alle stelle e la paura che possa esserci alle porte una nuova stagione di terrorismo antioccidentale. È su questo terreno che si giocheranno le midterm, più ancora che sulle dichiarazioni sui generis del presidente e sulle ipotetiche e improbabili perizie psichiatriche.

E su questo terreno, oggi, i repubblicani appaiono scoperti, legati a doppio filo al declino del proprio leader: a sei mesi dal voto, lo scenario che si delinea è quello di una sconfitta annunciata con i democratici che potrebbero conquistare storici bastioni del Gop, come ad esempio la Florida dove sono dati favoriti per la prima volta da oltre trent’anni. Per evitarla, servirebbe un cambio di rotta rapido e credibile: una de-escalation militare in Iran con un accordo che metta al sicuro la filiera energetica, una ripresa economica interna, e una leadership capace di ricompattare il partito rinunciando alle svolate estremiste. Nulla, al momento, lascia pensare che questo sia possibile perché se è sempre più evidente che Trump rappresenti un ingombro, una scheggia incontrollabile capace di compromettere l’intera strategia del Gop, è altrettanto evidente che liberarsene non è possibile.

Il trumpismo non è solo una leadership, è una base, un linguaggio, un’identità costruita in quasi dieci anni di dominio incontrastato sulla destra Usa. Molti dirigenti lo sanno e lo ammettono, ma solo a mezza voce. Prendere le distanze significa esporsi alle ritorsioni del presidente, ma soprattutto alienarsi un elettorato che, pur meno entusiasta, resta decisivo. È questa la trappola: Trump perde consenso nel Paese, ma conserva ancora abbastanza forza nel partito da impedire una vera alternativa.