Medio Oriente
Trump, presidente Usa
L'Iran torna a essere il nodo centrale di una crisi che si muove su due binari opposti: da un lato il tentativo americano di aprire uno spiraglio diplomatico, dall’altro la risposta di Teheran, che continua a mostrare fermezza militare e volontà di proseguire il conflitto. Il possibile cambio di passo di Washington sarebbe maturato dopo un confronto con i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, interlocutori che avrebbero convinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tentare la carta del negoziato.
Secondo quanto riferito nel testo, Washington attende una risposta dall’Iran e ipotizza già un primo incontro per giovedì. Il Pakistan si è nel frattempo candidato a ospitare eventuali colloqui tra le due parti. Sul tavolo c’è la possibilità che la delegazione statunitense venga guidata dal vicepresidente JD Vance, indicato da Trump tra le figure coinvolte nel dossier insieme al segretario di Stato Marco Rubio, atteso venerdì a Versailles per la riunione dei ministri degli Esteri del G7.
A rilanciare la pista diplomatica è stato lo stesso presidente americano. «Stiamo parlando con le persone giuste e loro vogliono fare un accordo», ha detto Trump ai giornalisti, lasciando intendere che contatti riservati siano già in corso. Il presidente ha anche sostenuto che gli iraniani «hanno accettato di non avere mai un’arma nucleare», aggiungendo che gli interlocutori con cui gli Stati Uniti si stanno confrontando «ieri hanno fatto qualcosa di straordinario, ci hanno fatto un regalo che riguarda il settore petrolifero e del gas».
Si tratta di dichiarazioni che spostano l’attenzione su un possibile canale negoziale in una fase in cui il conflitto sembrava ormai l’unico scenario. Ma, almeno per ora, alle aperture di Washington non ha corrisposto una risposta pubblica distensiva da parte iraniana.
Dall’Iran, infatti, sono arrivate soprattutto dimostrazioni di forza. Il portavoce del comando militare iraniano, il generale Ali Abdollahi Aliabadi, ha assicurato che i combattimenti non si fermeranno «fino alla vittoria completa». Una posizione che segnala la distanza, almeno sul piano pubblico, rispetto all’ipotesi di una tregua o di una de-escalation immediata.
Teheran ha inoltre nominato l’ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Bagher Zolghadr come successore di Ali Larijani, ucciso in un attacco attribuito a Usa e Israele, alla guida del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Anche questa decisione viene letta come il segnale di una struttura di comando che punta a consolidarsi nel pieno della crisi, senza lasciare spazio a cedimenti.
La prova di forza iraniana si è manifestata anche sul piano operativo. Secondo il testo, un razzo con 100 chili di esplosivo è riuscito a superare il sistema di difesa aereo israeliano e a colpire il centro di Tel Aviv, provocando quattro feriti e danni a numerosi edifici. Nel mirino sarebbero finiti anche aerei in sosta per il rifornimento all’aeroporto Ben Gurion, sempre nell’area di Tel Aviv.
L’attacco rappresenta uno dei passaggi più delicati di questa fase del conflitto, perché mostra la capacità iraniana di colpire in profondità obiettivi sensibili sul territorio israeliano, alimentando ulteriormente il rischio di una spirale regionale fuori controllo.
Alla nuova offensiva iraniana ha fatto seguito una risposta che si sviluppa su più livelli. Oltre ai raid contro siti industriali, come quelli segnalati a Isfahan, il Pentagono starebbe pianificando il dispiegamento di circa 3.000 soldati nell’area. Parallelamente, il Regno Unito starebbe valutando l’invio di una nave della Royal Navy oppure il noleggio di un’imbarcazione commerciale destinata a fungere da nave madre per sistemi senza equipaggio incaricati di individuare e distruggere mine nello Stretto di Hormuz.
Il piano, secondo quanto riportato, si inserirebbe in una forza multinazionale con Francia, Stati Uniti e altri Paesi. In una fase successiva potrebbe essere previsto anche l’impiego di imbarcazioni senza equipaggio e di cacciatorpediniere di classe Type 45, con il compito di affiancare le navi alleate e proteggere le petroliere in transito nello stretto. Il passaggio sullo Stretto di Hormuz conferma quanto la crisi stia assumendo una dimensione strategica globale, con effetti diretti non solo sulla sicurezza militare ma anche sulle rotte energetiche.
Nel frattempo anche il Libano si muove in un quadro sempre più teso. Per la prima volta, secondo il testo, un missile lanciato dall’Iran sarebbe stato intercettato sul fronte libanese, forse da una nave straniera. In questo contesto il governo di Beirut ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore di Teheran, ordinandogli di lasciare il Paese entro domenica.
La decisione è stata accolta con favore da Israele, mentre Hezbollah l’ha attaccata apertamente, accusando le autorità libanesi di «sottomissione alle capitali straniere». Anche questo sviluppo conferma come il confronto tra Stati Uniti, Iran e Israele stia ormai producendo ripercussioni politiche e diplomatiche in tutta l’area.