Martedì 17 Marzo 2026

×

Omicidio a Milano

Mecenate, altri due poliziotti indagati: ombre su pestaggi, droga e falsi verbali

L’inchiesta della Procura di Milano allarga il fronte sul Commissariato Mecenate. Sette agenti coinvolti, al centro anche l’omicidio di Abderrahim Mansouri

17 Marzo 2026, 11:50

Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, la Procura scava: “tensioni” e ipotesi pizzo sullo spaccio

Omicidio a Rogoredo

Il Commissariato Mecenate finisce ancora più nel cuore dell’inchiesta della Procura di Milano, che allarga il numero degli agenti indagati e disegna un quadro accusatorio sempre più pesante. Con altri due poliziotti iscritti nel registro, salgono a sette gli agenti del commissariato coinvolti in una vicenda che, nata due mesi fa come un caso di presunta legittima difesa nei confronti di un pusher ritenuto aggressivo, si è progressivamente trasformata in un’indagine su accuse che spaziano dalle cessioni di droga ai pestaggi, fino a estorsioni, sequestri di persona, falsi verbali e arresti illegali.

Al centro del fascicolo resta Carmelo Cinturrino, 41 anni, oggi in carcere, accusato dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso il 26 gennaio a Rogoredo. Secondo l’impostazione accusatoria, il poliziotto avrebbe agito con premeditazione e avrebbe poi piazzato accanto al corpo una pistola caricata a salve per simulare una scena diversa da quella realmente avvenuta.

La richiesta di incidente probatorio della Procura

Il quadro emerge dall’atto con cui la Procura di Milano ha chiesto al gip di disporre un incidente probatorio nell’inchiesta per omicidio volontario che coinvolge Cinturrino e altri sei colleghi della polizia di Stato. L’obiettivo è cristallizzare, nel contraddittorio con le difese, le testimonianze di otto tra pusher e tossicodipendenti.

Si tratta di persone che, sentite dagli investigatori della Squadra Mobile, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, avrebbero descritto un sistema operativo interno a una parte del Commissariato Mecenate segnato da metodi violenti e pratiche illecite nella gestione delle indagini sullo spaccio di droga nel quadrante sud-est di Milano.

Le accuse raccolte: soldi, droga, botte e stanze chiuse

Dalle testimonianze raccolte, almeno allo stato degli atti, emergerebbero accuse molto gravi. Si parla di richieste di denaro, falsi verbali di sequestro e perquisizione, arresti alterati e pestaggi. Alcuni testimoni avrebbero raccontato di essere stati derubati di soldi e sostanza stupefacente, di essere stati «colpiti con mazzate» e «mandati in ospedale» per costringerli a rivelare i luoghi di nascondiglio della droga.

Nelle 22 pagine richiamate dall’atto emergono anche accuse di sequestro di persona e arresto illegale, con soggetti che sarebbero stati rinchiusi «in una stanza» e percossi «ripetutamente». Sono contestazioni tutte da verificare nel processo, ma che hanno già determinato un allargamento consistente del perimetro investigativo.

Il ruolo centrale di Cinturrino

Il nome che ricorre più di tutti è quello del poliziotto messinese Carmelo Cinturrino, assistito dall’avvocato Marco Bianucci e detenuto a San Vittore. Nei suoi confronti vengono contestati 33 episodi, tra cui l’omicidio di Mansouri aggravato dalla violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione.

Secondo gli atti, il pusher marocchino, ritenuto vicino a uno dei clan attivi nella più grande piazza di spaccio d’Italia, sarebbe stato minacciato in più occasioni. Tra le frasi riportate ci sarebbe: «o ti arresto o ti ammazzo». Altre parole analoghe sarebbero state riferite da P.P.V., 39enne genovese frequentatore dell’area di Rogoredo, che all’avvocata della vittima, Debora Piazza, avrebbe raccontato che il poliziotto gli diceva: «Dì a Zack che se lo becco io lo uccido», «mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo» e ancora «ricorda a Zack che lo ammazzo».

Un altro uomo, anche lui 39enne e senza fissa dimora, avrebbe riferito di avere sentito la frase: «di’ a Zack che quando lo vedo lo ammazzo». Sono affermazioni che restano allo stato di accuse provvisorie e che andranno vagliate, ma che incidono fortemente sulla lettura del contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio.

Il 26 gennaio a Rogoredo e la “finta scena del crimine”

Secondo la ricostruzione accusatoria, il 26 gennaio, in via Impastato, Cinturrino sarebbe arrivato a Rogoredo in abiti borghesi mentre era impegnato in un altro servizio a due chilometri di distanza. Una volta sul posto, avrebbe aperto il fuoco con la Beretta d’ordinanza 9x9 e poi avrebbe costruito una finta scena del crimine per sostenere di avere reagito a una minaccia.

È questo il cuore dell’accusa di omicidio volontario premeditato, su cui ora la Procura chiede di fissare e rendere utilizzabili nel tempo le dichiarazioni dei testimoni attraverso l’incidente probatorio.

Le altre 42 accuse ai sette agenti

Accanto al capitolo sull’omicidio di Mansouri, l’inchiesta contiene anche altri filoni. Ai sette poliziotti del Commissariato Mecenate vengono mosse in tutto 42 ulteriori accuse sulla base dei racconti di altri sei giovani marocchini, tunisini e afghani, tutti gravitanti nell’area del bosco della droga e alcuni oggi detenuti.

Da quelle dichiarazioni sarebbero nate iscrizioni a vario titolo per cessioni di droga, concussione, percosse, rapina, falso, calunnia ed estorsione. Tra i punti più delicati ci sarebbe anche la «redazione di falsi verbali» per simulare la presenza di stupefacente addosso agli arrestati oppure per modificare, nelle informative, i fatti ripresi dalle telecamere panoramiche comunali di piazza Gabrio Rosa, al Corvetto, zona in cui operava la squadra.

Tra le frasi destinate, secondo quanto emerge, a entrare nell’incidente probatorio, ce n’è una che riassume bene il clima che la Procura ritiene di avere ricostruito: «Qua comando io, non comandano i Mansouri».