Sabato 28 Febbraio 2026

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Il Pakistan dichiara guerra aperta ai talebani

Raid su Kabul dopo attacchi reciproci al confine afghano. Islamabad accusa: «Fomentano i jihadisti e sono a libro paga dell’India»

28 Febbraio 2026, 16:34

Il Pakistan dichiara guerra aperta ai talebani

Tra Islamabad e Kabul il linguaggio della diplomazia ha ceduto il passo a quello delle armi. Raid aerei pakistani su città e province afghane, colpi di artiglieria lungo la frontiera, dichiarazioni sempre più aggressive: l’escalation non è un incidente improvviso, ma l’esito di una frattura che si è allargata negli ultimi anni fino a diventare insanabile.

A incendiare la miccia è stata una sequenza di attacchi e controattacchi lungo il confine. Islamabad sostiene di aver reagito ad alcune incursioni dei droni afghani contro proprie installazioni militari; Kabul parla invece di risposta a bombardamenti precedenti che avrebbero colpito civili. In questa spirale di ritorsioni, entrambe le parti rivendicano di aver inflitto gravi perdite al nemico, mentre minimizzano le proprie come accade in tutta la propaganda di guerra. La verità sul terreno è difficile da verificare, ma il dato politico è evidente: la crisi è ormai uno scontro aperto tra due governi con Islamabad che parla di «guerra aperta» al regime dei talebani.

Il pomo della discordia si chiama Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), un’organizzazione jihadista armata nata nel 2007 nelle aree tribali pakistane al confine con l’Afghanistan. Pur condividendo ideologia e riferimenti religiosi con i talebani afghani, il TTP è un movimento distinto: il suo obiettivo è rovesciare o destabilizzare lo Stato pakistano (governato da una coalizione di islamici moderati e il partito laico dei Bhutto) e imporre la propria interpretazione rigorista della legge islamica. Nel corso degli anni il gruppo ha rivendicato attentati contro civili, forze di sicurezza e obiettivi simbolici pakistani, diventando uno dei principali fattori di instabilità interna per Islamabad.

Per il Pakistan il TTP rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e da tempo accusa il regime afghano di offrire rifugio ai suoi leader e combattenti oltreconfine, consentendo loro di riorganizzarsi e pianificare attacchi sul proprio territorio. Kabul nega di sostenere o proteggere il gruppo, ma i legami ideologici, tribali e personali tra i talebani afghani e quelli pakistani alimentano legittimi sospetti. È su questo punto che si concentra la frattura più profonda tra i due governi: per Islamabad è una questione di sicurezza e sovranità; per i talebani afghani, colpire duramente il TTP significherebbe entrare in conflitto con un movimento ideologicamente vicino e con reti militanti che hanno condiviso anni di guerra.

A questo si aggiunge la contesa sul confine, la cosiddetta linea Durand, tracciata in epoca coloniale, non è mai stata pienamente riconosciuta dai talebani come frontiera definitiva. Le tensioni sui valichi, i posti di blocco distrutti, gli scambi di artiglieria sono il riflesso di una sovranità contesa da troppo tempo per non esplodere in uno scontro diretto. Il Pakistan pretende che Kabul controlli in modo effettivo il proprio territorio e impedisca infiltrazioni; i talebani rivendicano autonomia e reagiscono a ogni incursione come a una violazione della propria autorità.

C’è poi la dimensione geopolitica macroregionale: Islamabad accusa i talebani di essere diventato un proxy i dell’India, storico rivale del Pakistan, e di consentire che dal suolo afghano si alimentino dinamiche ostili al Pakistan, comprese connessioni con movimenti separatisti. Anche se molte di queste accuse restano difficili da provare pubblicamente, la percezione strategica pesa quanto i fatti: per Islamabad, un Afghanistan non allineato equivale a un fronte occidentale instabile in un contesto regionale già segnato dalla competizione con Nuova Delhi.

Il paradosso è evidente. Per anni il Pakistan è stato accusato di aver favorito l’ascesa dei talebani afghani; dopo la presa di Kabul nel 2021, molti a Islamabad ritenevano di avere finalmente un governo amico oltreconfine. Invece si sono trovati davanti un potere determinato a rivendicare autonomia e a sottrarsi alle pressioni pakistane sul dossier TTP. L’alleanza implicita si è trasformata in diffidenza aperta. I tentativi di mediazione internazionale non sono mancati, ma ogni cessate il fuoco si è rivelato fragile. Le richieste pakistane toccano un nervo scoperto per il regime talebano; allo stesso tempo, il governo di Shehbaz Sharif non può permettersi di apparire debole davanti all’opinione pubblica e all’esercito.

Entrambi sono vincolati da pressioni interne che rendono la de-escalation politicamente costosa e per il momento improbabile. Così, quella che poteva restare una crisi “di frontiera ”locale” si è trasformata in uno scontro politico e militare più ampio. Non è soltanto una disputa su singoli attacchi, ma il risultato di tre fratture strutturali: la presenza del TTP in Afghanistan, la gestione contestata del confine e la competizione regionale con l’India sullo sfondo. Finché questi nodi resteranno irrisolti, ogni tregua rischierà di essere solo una pausa temporanea in un conflitto che con i bombardamenti di Kabul è entrato nella sua fase guerreggiata.