Autobus in fiamme, negozi saccheggiati, strade divelte, assalti ai commissariati e alle banche con fucili d’assalto e lanciagranate; la morte di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, sta scatenando una spaventosa guerra nel cuore del Messico.
L’ultimo padrino dei grandi cartelli della droga è stato ucciso in un blitz dell’esercito messicano supportato dall’intelligence Usa che sulla sua testa aveva appeso una taglia da 15 milioni di dollari; l’operazione è stata preparata nei dettagli tra le montagne del Jalisco dove il capo del Cartel Jalisco Nueva Generacion (CJNG) si muoveva da anni come un fantasma, un boss discreto, quasi invisibile, ma anche letale e sanguinario. In Messico i signori della droga non sono soltanto bande criminali, agiscono da poteri paralleli dotati di eserciti privati, di reti finanziarie e di una presenza capillare sul territorio dove si sostituiscono allo Stato offrendo servizi e “protezione”. Controllano porti e montagne, strade e municipi; finanziano campagne elettorali e distribuiscono pacchi alimentari nei villaggi; trafficano metanfetamine verso l’Europa, cocaina verso l’Asia, armi verso nord, migranti verso il confine con gli Stati Uniti.
Da quando nel 2006 il presidente Calderon ha dichiarato guerra al narcotraffico il sangue scorre ininterrotto nelle città messicane: quasi mezzo milione di morti morti e oltre centomila desaparecidos. I bersagli principali i membri dei cartelli rivali, personalità politiche, giornalisti, poliziotti, magistrati, semplici civili. Per anni il narcotraffico messicano ha un volto preciso: quello di Joaquin Guzman, “El Chapo”, boss di Sinaloa dal carattere vulcanico e dal carisma hollywoodiano, capace di evasioni spettacolari e di rappresaglie esemplari e raccapriccianti. Accanto a lui il più tranquillo Ismael Zambada Garcia, “El Mayo”, stratega prudente e negoziatore di tregue e accordi con i clan nemici. Nel 2016 Guzmán viene arrestato definitivamente ed estradato negli Stati Uniti e mentre il suo mito si spegne dietro le mura di un carcere di massima sicurezza, tra i cartelli si spostano gli equilibri. Sinaloa resta potente ma meno compatto, attraversato da rivalità interne, frammentato in clan familiari. È in quel vuoto che cresce il Cartel Jalisco Nueva Generacion.
Nato nel 1966 ad Aguililla, nello Stato del Michoacan, figlio di contadini che coltivavano avocado e marijuana, cresce nei campi e abbandona presto la scuola. A 14 anni attraversa clandestinamente il confine verso la California, dove conosce il carcere per possesso di arma da fuoco e poi per traffico di eroina. Espulso dagli Stati Uniti, torna in patria e fa una scelta che segna la sua carriera: si arruola nella polizia locale di Tomatlán, nello Stato di Jalisco, fortemente infiltrata dal crimine organizzato. Da ufficiale di polizia entra in contatto con Ignacio “Nacho” Coronel, uno dei capi di Sinaloa. Seguendo Coronel, prende parte a operazioni contro i rivali dei Los Zetas e comincia a formare i primi sicari che diventeranno la base del futuro CJNG, si specializza in sequestri di persona. In pochi anni trasforma il suo gruppo armato, i “Mata Zetas”, nel Cartel Jalisco Nueva Generacion: organizzazione verticale, familiare, disciplinata, feroce.
La sua spietatezza diventa leggenda. Esecuzioni feroci, corpi lasciati sulla pubblica piazza a monito dei rivali, barricate incendiarie, attacchi a polizia e militari, elicotteri abbattuti da droni, sospetti traditori torturati e uccisi barbaramente. I fratelli di sua moglie, Rosalinda Gonzalez Valencia, consolidano il controllo economico e finanziario del cartello, mentre El Mencho dirige la struttura militare conquistando i nuovi mercati con il piombo. Il CJNG diventa in pochji anni una macchina organizzativa formidabile, considerato dal Dipartimento di Stato Usa come il terzo gruppo criminale più pericoloso del pianeta. El Mencho sapeva di essere braccato dall’esercito e nel mirino della temibile DEA americana, negli ultimi tempi si muoveva come un fantasma, cambiando continuamente residenza ma non rinunciando mai a dirigere il suo impero e a strapazzare i rivali con inaudita violenza.
La caccia è terminata nei dintorni di Tapalpa in un violento scontro a fuoco trai militari e le sue milizie; ferito gravemente è morto durante il trasporto in ospedale. La sua uccisione è un grande successo per il governo di Mexico city e lascia senz’altro un vuoto di leadership ma non significa certo la fine del CJNG. Dopo il crepuscolo di un boss i cartelli messicani, strutturati in modo gerarchico e familiare, sono riusciti sempre a far emergere nuovi, inquietanti signori della droga pronti a imporsi con l’unico metodo che conoscono per consolidare il potere: annientare chiunque dia fastidio ai loro interessi.