L'analisi
Manifestazioni a supporto del Venezuela
La caduta del bolivarismo e il cambio di regime porteranno davvero libertà politica e prosperità economica al Venezuela? È una domanda lecita, anche perché Donald Trump non ha usato perifrasi: il petrolio di Caracas appartiene a lui e nei prossimi decenni saranno gli Stati Uniti a sfruttare i suoi preziosi giacimenti.
La questione, allora, si sposta immediatamente su un altro terreno: chi saranno i referenti politici di Washington nel Venezuela del dopo-Maduro? E fino a che punto le forze che oggi salutano il crepuscolo del regime saranno disposte a difendere l’autonomia politica ed economica del Paese? Le lezioni del passato non autorizzano ottimismo.
Per circa trent’anni il Venezuela è stato presentato come una democrazia modello per l’America Latina; dal 1958 al 1998 la vita politica fu regolata dal Pacto de Punto Fijo , un accordo nato dopo la caduta della dittatura militare di Marcos Pérez Jiménez per garantire stabilità e impedire nuovi colpi di Stato. Nei fatti quel patto cristallizzò il potere nelle mani di due soli partiti: Acción Democrática, socialdemocratico, riformista e saldamente collocato nel campo occidentale, e COPEI, democristiano, conservatore nei valori e ultra-liberale in economia.
Le elezioni si tenevano regolarmente, ma l’accesso reale al potere restava prerogativa di un’élite urbana, bianca, istruita, profondamente legata agli Stati Uniti e ai suoi interessi regionali. Le grandi periferie metropolitane, le campagne, le popolazioni indigene e afro-venezuelane sono sempre restate ai margini.
Quando negli anni ottanta il modello entra in crisi e l’austerità colpisce duramente i ceti popolari, nascono i primi movimenti di protesta. Il punto di rottura arriva nel 1989, con il Caracazo , l’aumento dei prezzi dei carburanti e dei trasporti scatena una rivolta spontanea nelle periferie di Caracas e in altre città. La repressione del governo filo Usa di Carlos Andrés Pérez è brutale, oltre 350 morti, ed è in quel passaggio drammatico che una parte dell’esercito (in larga maggioranza composta da ufficiali provenienti da famiglie modeste) inizia a voltare le spalle all’esecutivo rifiutandosi di sparare contro i manifestanti. Il colonnello Hugo Chávez, di formazione marxista, ammiratore di Simon Bolivar e Antonio Gramsci emerge come il leader di quella disobbedienza.
Il suo tentato colpo di mano del 1992 fallisce, ma lo rende un eroe agli occhi delle classi più povere. La vittoria elettorale del 1998 non rappresenta solo un cambio di governo ma una vera e propria rivoluzione sociale. Nei primi anni duemila, grazie anche ai prezzi favorevoli del petrolio, il chavismo riduce davvero la povertà, costruisce case popolari, promuove la riforma agraria, amplia l’accesso alla sanità e all’istruzione, restituisce visibilità politica anche alle popolazioni indigene.
Ma il chavismo cresce dentro un conflitto permanente. Le élite economiche e industriali, i grandi media privati e una parte dell’opposizione vedono in Chávez una minaccia diretta ai propri interessi. Nel 2002 appoggiano apertamente un colpo di Stato che per due giorni lo estromette dal potere. Il governo provvisorio guidato da Pedro Carmona, espressione del mondo imprenditoriale, scioglie Parlamento e Corte Suprema nel giro di poche ore. Chávez torna al potere grazie alla mobilitazione popolare e alla fedeltà di settori dell’esercito, ma da quel momento la polarizzazione diventa irreversibile. Alla morte di Chávez, nel 2013, il sistema si avvita in una spirale autoritaria. Nicolás Maduro eredita un’economia interamente dipendente dal petrolio e un consenso in erosione.
Il crollo dei prezzi del greggio, la cattiva gestione, la corruzione e le sanzioni internazionali spingono il paese in una crisi devastante: iperinflazione, scarsità, collasso dei servizi, migrazione di massa. La risposta del regime è sempre più dura, fondata sulla repressione e sul controllo delle istituzioni. Il bolivarismo, nato come progetto di emancipazione, si irrigidisce in un potere chiuso e autocratico, la polizia politica, la Sebin, colpisce quasi ogni forma di dissenso. Anche l’opposizione, però, non riesce mai a trasformarsi in un’alternativa credibile: i suoi legami con il mondo industriale e finanziario, e con Washington, sono evidenti e al suo interno ci sono correnti contrapposte e in lotta tra loro.
La parabola di Juan Guaidó lo dimostra. La sua autoproclamazione a presidente nel 2019, immediatamente riconosciuta da Washington, aggira il confronto politico e punta tutto sugli sponsor internazionali, ritrovandosi senza alleati interni. Maduro resta al potere, l’opposizione si divide ulteriormente, la popolazione paga il prezzo delle sanzioni e la stretta autoritaria va avanti con le contestatissime elezioni del 2024 non riconosciute da gran parte della comunità internazionale.
Ora che Maduro è in carcere a New York e la sua vice Rodriguez costretta a collaborare con la pistola Usa puntata alla tempia, il futuro politico del Venezuela appare incerto e non necessariamente roseo. Il bolivarismo ha promesso troppo e mantenuto sempre meno, ma i nuovi attori che si muovono sulle sue macerie non appaiono affatto rassicuranti.