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Alle toghe non basta Sarkozy: è partita la caccia a Carla Bruni

La procura nazionale finanziaria (Pnf) chiede il rinvio a giudizio per la moglie dell’ex presidente nel quadro del “Libiagate”. Le accuse: associazione a delinquere e subornazione di testimone

18 Dicembre 2025, 16:07

SARKOZY-CARLA

L'ex presidente francese Nicolas Sarkozy con la moglie Carla Bruni

Dopo tre settimane di reclusione alla Santé di Parigi e il successo stratosferico del suo Giornale di prigionia (oltre 100mila copie vendute in sette giorni) Nicolas Sarkozy attende il processo d’appello per l’affaire dei presunti finanziamenti libici alla campagna del 2007.
Ma la Procura nazionale finanziaria, che l’ex presidente ha più volte accusato di pregiudizio politico, torna all’offensiva, chiedendo il rinvio a giudizio per la moglie Carla Bruni.
La richiesta della Pnf si inserisce in un contesto politico giudiziario avvelenato; motivando la sentenza pronunciata lo scorso settembre giudici parigini hanno parlato di «gravità eccezionale dei fatti», mentre gli avvocati difensori quel verdetto è «un attacco alla presunzione di innocenza e allo Stato di diritto» . È bene ricordarlo fin dall’inizio: Sarkozy è un presunto innocente che attende una sentenza definitiva.
La condanna in primo grado non riguarda l’accertamento di un finanziamento illecito proveniente dalla Libia di Gheddafi — ipotesi che non ha trovato riscontri materiali nel processo — ma un reato associativo.
L’ex capo dello Stato è stato infatti assolto dalle accuse di corruzione e traffico di influenze, mentre è stato ritenuto colpevole di associazione a delinquere, sul presupposto dell’esistenza di un sistema organizzato volto a ostacolare l’accertamento giudiziario. È su questa distinzione, spesso appiattita nel racconto mediatico, che si giocherà una parte decisiva dell’appello.
Ora la procura vuole la testa di Carla. Il nuovo capitolo istruito dalla Pnf riguarda la cosiddetta “falsa ritrattazione” di Ziad Takieddine, l’intermediario franco-libanese che nel 2016 si era auto-incriminato, affermando di aver trasportato tra novembre 2006 e l’inizio del 2007 «cinque milioni di euro» in contanti, contenuti in diverse valigie, nel corso di tre viaggi tra Tripoli e Parigi. Secondo il suo racconto, il denaro sarebbe stato consegnato in due riprese a Claude Guéant, allora direttore di gabinetto di Nicolas Sarkozy ma anche ministro dell’Interno.
Nel novembre 2020, cambiò clamorosamente versione in un’intervista concessa a Paris Match e a BFMTV, salvo poi tornare sui suoi passi davanti ai magistrati francesi pochi mesi dopo, parlando di dichiarazioni manipolate.
Secondo gli inquirenti, quella ritrattazione sarebbe stata il frutto di pressioni, promesse, tentativi di corruzione e manovre coordinate con l’obiettivo di indebolire l’impianto accusatorio nel processo libico e «far nascere un dubbio» nella mente dei giudici.
È in questo quadro che compare il nome di Carla Bruni. La procura finanziaria chiede il suo rinvio a giudizio per associazione a delinquere, sostenendo che l’artista fosse informata dell’operazione e che abbia avuto un qualche ruolo nel finanziamento della “sommation interpellative” firmata da Takieddine davanti a un notaio nel dicembre 2020, documento con cui l’intermediario scagionava Sarkozy e accusava i magistrati istruttori.
Anche se i magistrati riconoscono che non è dimostrato un beneficio personale tratto da Bruni dalla presunta subornazione del testimone, si affidano a un teorema noto: l’ex première dame non poteva non sapere, anche in virtù dei suoi rapporti di amicizia con Michèle Marchand, la “regina dei paparazzi”, nota per aver fondato l'agenzia di foto Bestimage e aver gestito l'immagine di celebrità e personalità politiche, tra cui Emmanuel Macron, sua moglie Brigitte e, per l’appunto, i coniugi Sarkozy.
La donna avrebbe dunque giocato il ruolo di intermediaria e convinto Takieddine a ritirare le accuse.
La linea difensiva di Carla Bruni è netta: nessuna partecipazione consapevole a un piano illecito, e soprattutto nessuna volontà di influenzare la giustizia corrompendo un testimone. Il decesso di Takieddine avvenuto lo scorso 25 settembre a Beirut costituisce un serio problema per l’accusa che sta andando avanti per ipotesi mentre i legali di Carla Bruni confidano nell’archiviazione da parte del giudice istruttore.
Quanto a Sarkozy, la Pnf sostiene che egli non si sia limitato a beneficiare passivamente della ritrattazione di Takieddine, ma che abbia avallato e sostenuto l’operazione, anche favorendo il finanziamento di Mimi Marchand attraverso l’imprenditore David Layani. L’ex presidente contesta questa ricostruzione, descrivendo l’iniziativa come confusa, velleitaria, e negando di aver avuto conoscenza delle presunte contropartite promesse al testimone.