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Il commento

La riforma che ci dirà se è l’Anm a decidere: il “gip collegiale”

Dal 25 agosto toccherà a un collegio di tre giudici valutare le custodie in carcere: le toghe vogliono bloccare tutto...

10 Aprile 2026, 09:18

La riforma che ci dirà se è l’Anm a decidere: il “gip collegiale”

FRANCESCO PAOLO SISTO VICE MINISTRO GIUSTIZIA, GIUSEPPE TANGO PRESIDENTE ANM

La tentazione, dopo il confronto-scontro tra il Sì e il No nel referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, è quella di mantenere una certa rigidità. E quindi, da una parte quella di sedersi nel proprio angolo con un po’ di broncio per l’offesa ricevuta dagli elettori, e dall’altra di mostrarsi disponibili sul piccolo cabotaggio ma in realtà mantenersi sordi a qualunque vera ipotesi riformatrice. Parliamo dell’eterno problema di un vero dialogo tra chi, il Parlamento, il governo e i partiti che lo sostengono, ha il compito di mettere a punto le leggi, e coloro, i magistrati, che hanno il dovere di applicarle.

Il primo momento di incontro, organizzato dal Dubbio con tre interlocutori fondamentali, il viceministro di Giustizia Francesco Paolo Sisto, il Consiglio nazionale forense con il presidente Francesco Greco e il sindacato dei magistrati con Giuseppe Tango, ha aperto qualche spiraglio. Anche se è vero che la coperta è corta e i tempi molto brevi, da qui al termine della legislatura. Va sempre considerato il fatto che il mondo della politica va di passo lesto, e ti svegli una mattina ed è già ora di andare al voto. L’apertura della campagna elettorale l’ha data il referendum e la campanella di inizio è già suonata. Anche l’intervento alle due Camere di ieri della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato letto dagli osservatori e commentatori politici come l’avvio del prossimo programma di governo. Sarà la giustizia uno dei temi di fondo? O invece il programma di riforme del ministro Carlo Nordio sarà abbandonato come uno straccio vecchio?

Ci sono quei dodici milioni e mezzo di cittadini che con il loro Sì alla separazione delle carriere attendono comunque risposte, e che difficilmente potranno rassegnarsi a un futuro di conservazione e di non piena realizzazione del processo accusatorio, simbolo del mondo liberale, e contrapposto a quello inquisitorio, rappresentato nel mondo dei Paesi a regimi totalitari. Ci sono già una scadenza e una data che aspettano il mondo della giustizia, quella del prossimo 25 agosto, e riguardano un tema ultrasensibile come quello della custodia cautelare in carcere. Anche se il nuovo presidente dell’Associazione magistrati Giuseppe Tango ha già messo le mani avanti e detto che in realtà il primo appuntamento a cui deve essere chiamato il governo è di tipo occupazionale ed economico.

Il prossimo 30 giugno infatti scadranno i contratti degli addetti all’Ufficio per il processo, che furono reclutati per dare una mano a smaltire gli arretrati degli uffici. Una task-force composta in gran parte di giovani avvocati che in realtà avrebbe dovuto avere una scadenza a termine, vista la sua natura di tipo emergenziale. Il sindacato delle toghe vuole che siano trasformati in dipendenti definitivi? Il presidente Tango, tra il serio e il faceto, ha proposto che il governo usi i fondi che erano stati previsti dalla riforma costituzionale per la duplicazione del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Battute e provocazioni a parte, probabilmente i magistrati, sempre oberati di lavoro, anche se forse i loro orari di reale impegno andrebbero meglio razionalizzati, magari estendendoli anche ai pomeriggi che vedono in gran parte deserti i palazzi di giustizia, saranno accontentati. In giugno. Ma le spine arriveranno in agosto, in piena estate e con la magistratura in ferie. Non sarà proprio l’“ hic Rhodus hic salta” di Esopo, la riforma che va a scadenza, ma forse un nuovo banco di prova sul piano della cultura liberale e riformatrice. Sarà un’occasione per il governo, ma anche per la magistratura. Perché attiene al tema più delicato di tutti sul piano delle libertà individuali.

Era il 2024 quando il Parlamento approvò la legge numero 114 che imponeva prima di tutto l’interrogatorio della persona interessata da parte del gip prima di decidere su una misura cautelare in carcere richiesta dal pm. Il secondo punto qualificante della norma prevedeva che la decisione fosse assunta in sede collegiale, da tre gip. I cronici problemi di organico nei tribunali avevano reso necessario un rinvio di due anni di questa seconda parte della norma. In cui è anche previsto, scritto nero su bianco, un aumento di organico di 250 unità di magistrati destinati alle funzioni giudicanti, con procedure di concorso straordinarie.

Nelle more e nell’attesa dei risultati dei concorsi, per le sedi dei tribunali più piccoli si potrebbe applicare la proposta di Enrico Costa di fare riferimento alle sedi distrettuali. Ma un problema del confronto con chi, i magistrati, quella norma dovrà applicare, c’è già. Perché il sindacato delle toghe si è già dichiarato contrario. E del resto, quando una norma viene definita da Marco Travaglio con la consueta eleganza come “schiforma”, sappiamo già come la pensano i vertici della Anm. Quindi il punto è: stiamo parlando di organici o di separazione delle carriere? E sì, perché sono proprio i collegi di magistrati, dai Tribunali del Riesame a quelli dei tre gradi di giudizio, che finiscono col rendere giustizia a quasi il 50% delle persone rinviate a giudizio dal gip monocratico. Il quale accoglie in genere almeno il 90% delle richieste della Procura. Considerazione alla base della necessità di sganciare le carriere dei gip da quelle dei pm, sempre più forti e mediatici, come si è visto nella campagna referendaria. Quello che quindi va richiesto oggi ai rappresentanti dei magistrati, soprattutto da parte degli avvocati, da sempre sensibili alle libertà individuali e al problema del carcere, è se, con il completamento degli organici, cesserebbero di opporsi alla riforma.

La loro riposta non è secondaria, essendo proprio loro a dover poi applicare la norma. Hic Rhodus, hic salta, quindi? Lo scoglio non è piccolo. Anche perché, dal momento che tutti (anche il presidente Tango ne ha parlato) lamentano la disumanità della condizione carceraria a causa del sovraffollamento, non sarà male occuparsi anche dei motivi che portano in carcere così tante persone, soprattutto in custodia cautelare. Tre giudici sapranno resistere al fascino del pubblico ministero con maggiore fermezza rispetto al singolo, anche in assenza della separazione delle carriere? La prova del budino al 25 agosto.