Lunedì 30 Marzo 2026

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La giustizia “sotto sequestro” e il ruolo decisivo degli avvocati

Il voto referendario ha consegnato al Paese un nuovo soggetto politico, l'Anm. E di fronte a una magistratura sempre più engagée, sul campo resta un solo attore, l’avvocatura, chiamata a rappresentare l’unico argine costituzionale a questa deriva

30 Marzo 2026, 17:56

18:21

La nuove sfide degli avvocati di fronte all’esondazione dei magistrati

C’è un dato, anzi due, che emergono in modo netto, direi persino inoppugnabile. Il primo è conseguenza del secondo: la vittoria dei “no” al referendum sulle carriere separate ha consegnato al Paese un nuovo soggetto politico, l’Associazione nazionale magistrati, che ora agisce in presa diretta, senza più intermediazioni, senza filtri, rivendicando apertamente questo ruolo, questa postura. Il secondo dato riguarda invece il ruolo dell’avvocatura, nel senso più largo e insieme più serio del termine, che dovrà ripensare la propria presenza dentro questo schema post-referendario.

E se così stanno le cose, se davvero l’Anm è diventata padrona del campo, è chiaro che la giustizia, e ogni sua possibile riforma, è finita, per così dire, “sotto sequestro”. Possiamo star certi, infatti, che nessun partito, oggi e per un bel pezzo ancora, metterà in agenda - non diciamo la separazione delle carriere - ma neppure una minima riforma giudiziaria senza aver prima ascoltato il “parere vincolante” dell’Anm. Di questo, possiamo star certi.

Dunque, di fronte a una magistratura sempre più engagée, sempre meno mediata e sempre più esposta sul terreno del potere politico, sul campo resta un solo attore: l’avvocatura, chiamata a rappresentare l’unico argine costituzionale di fronte a questa pericolosissima deriva, allo sconfinamento di pezzi di magistratura associata che rivendicano esplicitamente un proprio ruolo nella società e nella politica.

Basterebbe leggere le parole della magistrata Natalia Ceccarelli, la sua lettera di dimissioni dal comitato direttivo dell’Anm, per capire cosa stia maturando da quelle parti: “È diventata per me intollerabile la permanenza in una associazione che ha smarrito il senso della sua finalità rappresentativa di tutte le idealità che ispirano l’essere magistrato”, scrive infatti Ceccarelli. Insomma, quando una parte dell’ordine giudiziario smette di stare nel perimetro e decide di salire sulla scena, cambia tutto. Cambia l’equilibrio costituzionale - che non è un’astrazione da manuale, ma un meccanismo concreto fatto di pesi, contrappesi, limiti -, cambia l’assetto istituzionale, cambia la divisione dei poteri, cambia il processo. E, naturalmente, cambia anche il rapporto tra accusa e difesa.

Lo ha colto benissimo il professor Oliviero Mazza che, sull’ultimo numero di Pqm, ha descritto con lucidità il day after referendario: “La strada segnata -scrive Mazza - sembra proprio quella che porta alla riedizione di un processo inquisitorio, sempre meno garantito. All’opzione ideologica per un rito di stampo autoritario e paternalista si salda la più recente tendenza all’efficientismo. Quante volte è risuonato, negli argomenti del benaltrismo, l’insistito riferimento alla durata dei processi? Quello è il segnale di ciò che si sta preparando: un processo abbreviato, senza difesa e senza garanzie, affidato al saggio pm inteso come “primo giudice” a tutela dei cittadini”.

E qui torniamo, inevitabilmente, al ruolo dell’avvocato. Certo, l’avvocatura - per il rispetto quasi sacrale che nutre verso la separazione dei poteri e le istituzioni - non diventerà mai un soggetto politico contrapposto all’Anm. Sarebbe impensabile, e anche dannoso: non può certo partecipare allo scempio della Costituzione, al banchetto dei nostri principi. Ma se è vero che la giustizia, di fatto, non è più terreno della politica - non appartiene più né alla destra né alla sinistra, ma è stata sequestrata, presidiata e governata altrove - allora la domanda diventa inevitabile: quali armi di difesa abbiamo?

Servono nuovi argini. Il primo, e più evidente, è l’articolo 24 della Costituzione. Ricordate? “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. È lì la trincea del diritto che non può non nascere dentro questo nuovo schema, dentro lo smottamento istituzionale e politico che si è prodotto dopo il 24 marzo, con la nascita del soggetto politico dei magistrati. È qui che l’avvocatura è chiamata in causa. Non per invadere la politica ma per vigilare, limitare, riequilibrare. Perché senza una difesa forte non c’è processo giusto. E senza processo giusto non c’è Stato di diritto.

Il rischio, ancora nelle parole di Mazza, è che questo equilibrio si deformi fino a produrre un processo sempre meno garantito, dove la difesa si restringe e l’accusa si espande. Il punto è tutto qui. La nuova realtà è questa: una magistratura che non ha più bisogno di intermediazioni, che parla direttamente, che agisce nello spazio pubblico, che costruisce consenso o lo subisce e che inevitabilmente produce smottamenti anche nel processo. E dentro questo scenario l’avvocato non può restare fermo. È argine naturale e costituzionale. Non retorico, non simbolico: argine vero, concreto, a una magistratura che si è sottratta all’equilibrio dei poteri e rischia di sottrarsi anche ai propri limiti.

Insomma, una democrazia in cui il diritto di difesa è minacciato è una democrazia sbilanciata. E le democrazie sbilanciate, prima o poi, smettono di essere democrazie.