Ha vinto il No, ma ha vinto in un paese spaccato in due, polarizzato e impaurito da uno scenario internazionale ed economico incerto, a tratti angosciante: due guerre e una crisi energetica alla porte. Anche per questo motivo ha vinto la narrazione anti-riforma. Quella narrazione costruita con sapienza populista dall’Anm e fatta propria dall’opposizione.
Ha vinto la paura, insomma, che in Italia è sempre una categoria politica prima ancora che psicologica, e ha vinto il riflesso condizionato per cui quella stessa politica è dipinta come il potere opaco che trama, mentre la magistratura resta il presidio morale che vigila e riceve un’investitura popolare inedita e preoccupante. Un salto di qualità che certifica una legittimazione plebiscitaria diretta. E quando la magistratura entra nell’agone politico non come soggetto indiretto, ma come protagonista riconosciuto, il problema non è più soltanto lo squilibrio tra poteri: è la confusione dei piani, la sovrapposizione dei ruoli, l’erosione di quel fragile confine che tiene insieme e separa giurisdizione e rappresentanza.
E chi agitava lo spettro di una politica pronta ad asservire la magistratura si ritrova oggi, paradossalmente, con una magistratura investita di un potere politico senza precedenti. Un rovesciamento che meriterebbe almeno qualche interrogativo in più e qualche certezza in meno. E di fronte a questa invasione dell’Anm, il ruolo dell’avvocatura come argine costituzionale sarà decisivo. Più di quel che oggi immagina.
Ma sarebbe ingenuo fermarsi qui. Questo è stato anche, e forse soprattutto, un referendum politico. E i riflessi si vedranno. Su Giorgia Meloni, anzitutto, che probabilmente ha scoperto di non poter considerare acquisito il consenso raccolto quattro anni fa. Il suo elettorato non è una comunità organica, non è un blocco identitario: è mobile, intermittente, attraversato negli ultimi anni da flussi che sono andati da Renzi a Salvini, dai Cinque Stelle alla stessa Meloni. È un elettorato che sceglie, ma non si promette. Diversamente da quello del Partito democratico, che resta – nel bene e nel male – l’unico partito capace di contare su uno zoccolo duro sempre fedele e “a disposizione”.
Meloni, che solo pochi anni fa era al quattro per cento, governa oggi su un consenso che non è ancora diventato appartenenza. E questa è insieme la sua forza – perché le consente una possibilità di espansione assai ampia – ma anche la sua fragilità, perché la espone a contraccolpi improvvisi. Vince invece Elly Schlein e vince il Campo largo: entrambi incassano un risultato che li rafforza e li rilancia.
Si apre, dunque, una fase nuova, densa. Una fase in cui i confini tra i poteri appaiono meno nitidi, le appartenenze politiche più fluide, e le certezze decisamente più fragili. È un passaggio interessante, ma anche rischioso. Perché quando in una democrazia liberale i ruoli cominciano a sfumare, non sempre è segno di evoluzione ma l’inizio di una confusione che può costare cara.