La scelta
Ci siamo. Questo week end i cittadini saranno chiamati alle urne per dire sì o no alla riforma costituzionale. Il nostro giornale ha scelto di sostenere la separazione delle carriere, ma non lo ha fatto oggi, né tre mesi fa, e neppure un anno fa. Il Dubbio si batte per la separazione delle carriere da quasi dieci anni, cioè dal primo giorno in cui è comparso in edicola.
Ci siamo schierati, sì, ma a modo nostro: coltivando il “dubbio” e stimolando il confronto tra opinioni diverse. Del resto mai e poi mai potremmo tradire questa vocazione al dialogo, al “dubbio”. Dunque, una scelta c’è stata. Ma è stata accompagnata da una sorta di “disciplina del confronto” e dalla curiosità intellettuale di voler ascoltare le ragioni di chi non la pensa come noi. Ebbene, costoro non ci hanno convinto. Non per pregiudizio, ma per insufficienza di argomenti.
Certo, questa riforma poteva essere pensata meglio. Il Parlamento avrebbe dovuto e potuto discuterla, emendarla, migliorarla, magari persino condividerla. Sarebbe stato possibile, soprattutto perché una parte del Pd e pezzi non marginali del Movimento 5 Stelle sono cresciuti dentro una cultura che, almeno in origine, contemplava la separazione delle carriere e perfino il sorteggio come strumenti di riequilibrio.
Ma ora siamo all’ultimo miglio. E qui, purtroppo, finisce il tempo delle sfumature. È il limite e insieme la virtù dell’istituto referendario: costringe a scegliere. Senza alibi, senza retropensieri. O di qua o di là. Sì oppure no. Il referendum è una macchina semplificatrice, quasi brutale: taglia le complessità e obbliga ciascuno a prendere posizione. E allora, se il gioco è questo, giochiamo fino in fondo.
La partita, in realtà, è meno complicata di quanto si voglia far credere. Si tratta di capire se si vuole restare ancorati a un modello che porta ancora i segni, mai del tutto cancellati, del codice inquisitorio di memoria fascista, oppure se si vuole compiere finalmente quel passo di civiltà giuridica che consiste nel separare le carriere come spiegava, con limpidezza disarmante, il partigiano Giuliano Vassalli.
E ancora: vogliamo davvero sancire, con un voto dal sapore plebiscitario, la resa della politica alla magistratura, elevando di fatto l’Anm a soggetto politico? Oppure vogliamo fermare questa deriva, prima che diventi una democratura togata dal deciso retrogusto “sudamericano”? Perché, in fondo, è tutto qui. Il resto è rumore di fondo, retorica, schermaglia. E alla fine, piaccia o no, non resta che questo: un Sì oppure un No. Buon voto a tutti!