Mercoledì 18 Marzo 2026

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L’Anm vuole il consenso plebiscitario per dettare le regole: ecco la posta in gioco

Il correntismo, legittimato dal voto popolare, si radicherebbe definitivamente a livello istituzionale, il suo “sistema” di controllo sulla vita professionale di ogni singolo magistrato verrebbe promosso a “buon governo”

18 Marzo 2026, 19:22

Comitato per il Sì: «Anm occupa il sesto piano della Cassazione, è legittimo?»

Ciò che, nell’ambito di questa lunga e complicata campagna referendaria, non si è forse compreso con la necessaria chiarezza è che la posta in gioco del quesito referendario è divenuta ben più ampia di quella della terzietà del giudice e della sua liberazione dalla politica. Perché se questo è sempre stato l’unico obiettivo del si, il no ha portato la sua sfida in campo aperto. Non solo perché la magistratura associata si è fatta dichiaratamente partito, scendendo in campo come comitato referendario, ma perché nel fare questo ha dimostrato, attraverso oculate alleanze strategiche, di aspirare al superamento di quel semplice consenso mediatico che aveva caratterizzato la stagione di mani pulite, puntando direttamente ad un consenso elettorale in base al quale dettare le regole future. Quello che, dunque, si aprirebbe nel caso di una vittoria elettorale dell’ANM, sarebbe uno scenario impermeabile ad ogni possibile cambiamento del Paese verso una giustizia più moderna e trasparente, ma anche un passaggio di ripiegamento e di restaurazione.

Il correntismo, legittimato dal voto popolare, si radicherebbe definitivamente a livello istituzionale, il suo “sistema” di controllo sulla vita professionale di ogni singolo magistrato verrebbe promosso a “buon governo”. Si affermerebbe definitivamente e assiomaticamente quell’idea deformata e deformante della natura “rappresentativa” del CSM e, dunque, della funzione indispensabile della ANM quale amministratrice delle correnti , facendo tramontare del tutto l’idea costituzionale - fondamentale ai fini della conservazione dell’equilibrio fra poteri - del CSM come “organo di garanzia”, con funzioni di amministrazione e non di rappresentanza della magistratura. Si sancirebbe l’idea del CSM come organo di “autogoverno” - come certamente non lo vollero i padri costituenti - autocratico ed autoreferenziale, antagonista politico degli altri poteri.

E, ancora, sul piano processuale e ordinamentale, si riaffermerebbe in maniera inappellabile l’idea grandiana della “unità spirituale” della magistratura. Un’idea evidentemente intramontabile nello spirito della nostra magistratura associata, colorita dall’affermazione che si tratti - come si è potuto ascoltare in uno spot referendario della ANM - di un’idea “geniale”: quella di un sistema processuale nel quale, il controllore e il controllato, chi giudica e chi accusa, collaborano assieme. Ma non solo. Viene proclamato, in quello spot, che è il pubblico ministero il vero “garante” dei diritti dell’imputato, mentre al difensore spetta il ruolo eventuale ed ambiguo di “protettore”.

D’altronde c’è da chiedersi a cosa serva mai un difensore, in un sistema così genialmente congegnato, e da cosa mai dovrebbe “proteggere” il suo assistito, visto che a farne valere le garanzie e a tutelarne le libertà e ci sono già un giudice e un pubblico ministero ontologicamente imparziali. Del difensore, facciamone pure a meno. E una volta che sarà stata approvata dal voto popolare l’idea che pubblico ministero e giudice cercano assieme la verità, se essi stessi sono da soli garanti di questa verità, senza bisogno di alcun contributo dialettico, perché non consentire definitivamente a costoro di formare liberamente la prova: che si torni dunque all’inquisitorio, senza tentennamenti. Ecco, quello che ci attende se la riforma non andrà a buon fine. Sarà questa idea di processo, di giudice e di pubblico ministero, a segnare definitivamente il processo del futuro e questo il destino definitivo della funzione difensiva. Sarà così che la stessa legittimazione dell’art. 111 della nostra Costituzione verrà messa in discussione. Il fondamento costituzionale del giusto processo potrà essere ridotto a citazione puramente simbolica, a icona di una generica, irrealizzata ed irrealizzabile, “ispirazione”, contraddetta di fatto dalla volontà popolare.

Nessuno potrà più mettere in discussione questo dogma teologico dell’unitarietà “ontologica” della magistratura e questa idea inquisitoria, autoritaria, paternalistica e antidemocratica del processo penale. Finirà che le ingiuste detenzioni, alla luce di questa impostazione ideologica che valorizza quell’idea del pubblico ministero garante della libertà e dei diritti del cittadino, diverranno infine le storie di “colpevoli che l’hanno fatta franca”, e non certo la dimostrazione del malinteso vincolo che corre fra giudice per le indagini preliminari e pubblico ministero, come interpreti esemplari di una “magistratura di scopo”, insofferente come tale ai valori preminenti della libertà personale e ad un’idea delle misure cautelari come extrema ratio. Occorre allora essere tutti consapevoli che se questa riforma fallisse, questo sarà il destino della giustizia del Paese, perché questa è divenuta la reale posta in gioco del referendum.

Da un lato vi sono l’idea di un processo penale democratico, liberale e moderno e la promozione di una magistratura autorevole, autonoma, indipendente e trasparente in quanto finalmente libera dalla politica, dall’altro si profila la resa dei conti di una élite corporativa che vuole imporci un passato disfunzionale che, per difendere il proprio potere, non vuole far tramontare. Votare sì è l’unico modo per vincere questa sfida fra passato e futuro, per una giustizia migliore.