Plenum del Csm
Abbiamo promosso un appello per il sì al referendum come voto femminile. Questo è il punto da cui partire, anche per rispondere a chi sostiene che il “no” sarebbe una posizione femminista.
L’attuale composizione e funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura è declinata quasi totalmente al maschile. Per lungo tempo, in magistratura ci sono stati soltanto uomini, ma a partire dal 1963, in cui le donne hanno avuto finalmente accesso alla funzione, queste sono rimaste comunque ai margini degli organi e delle posizioni apicali. Lo stesso è evidente anche oggi, sebbene le donne siano diventate la maggioranza dei magistrati, il 57 %, ma nei ruoli direttivi ricoprono solo il 30 % delle cariche.
In particolare, al CSM fino alla precedente consiliatura erano 6 donne su 33 membri, mentre, attualmente, sono 1/3 dei membri ma ancora non c’è mai stata una vicepresidente donna. Non si tratta solo di una eredità del passato, perché oggi le decisioni sono ancora fortemente condizionate dalle correnti, cioè da gruppi che incidono sulle candidature e sulle elezioni. Si tratta di circuiti nei quali le donne sono state storicamente meno presenti, anche per ragioni legate all’organizzazione del lavoro e alla difficoltà di accesso a queste reti di relazione e di potere.
I numeri aiutano a comprendere meglio la portata del problema. Su oltre 10.000 magistrati, solo una minoranza, circa 2.000, partecipa attivamente alle correnti. Sono questi, in larga prevalenza uomini che influiscono sull’accesso al CSM e, quindi, incidono sulle carriere, sugli incarichi direttivi e anche sulle valutazioni professionali e sui provvedimenti disciplinari.
La presenza femminile diminuisce proprio dove si concentra il potere decisionale e tale sproporzione non può essere considerata fisiologica, ma segnala un problema strutturale, già ampiamente documentato. Questa situazione, non neutra, incide fortemente sulla qualità delle decisioni e sulla stessa funzionalità del CSM poiché se esso non riflette la composizione reale della magistratura rischia di essere meno capace nell’interpretarne i bisogni, le sensibilità e le trasformazioni. Il principio di equilibrio tra i generi non è una rivendicazione di parte, ma ha una precisa dignità costituzionale. Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: vogliamo davvero cambiare queste dinamiche oppure vogliamo conservarle?
Il sorteggio rappresenta, da questa prospettiva, uno strumento di rottura già a partire dalla probabilità statistica, considerata la maggioranza femminile in magistratura. Chi accede al CSM, in questo modo, non è espressione di una corrente, ma opera nell’interesse generale dell’ordine giudiziario. Proprio per questo può favorire le donne, riducendo il peso delle reti informali che oggi ne limitano l’accesso e aprendo lo spazio a una nuova partecipazione, libera e indipendente, consentendo anche a chi non partecipa alle dinamiche correntizie di contribuire al governo autonomo della magistratura.
Chiaramente, sarà necessaria una disciplina coerente con la Costituzione e, gli articoli 3 e 51, non solo consentono, ma impongono una legge attuativa volta a garantire l’equilibrio tra i generi. Pertanto, sarà possibile prevedere meccanismi che assicurino una composizione equilibrata, anche attraverso criteri paritari, come il 50 e 50 o un rapporto 40-60, realizzabili con modalità tecniche semplici, ad esempio mediante liste separate per donne e uomini. Stando a questa lettura il sorteggio diventa strumento di apertura, capace di coniugare autonomia, rappresentatività ed equilibrio.
Un ultimo elemento che merita di essere sottolineato è che le voci più forti e autorevoli nel sostenere il sì provengono oggi proprio dalle magistrate, anche giovani. Si tratta di donne, coraggiose, che stanno portando avanti una vera e propria battaglia per l’autonomia, la trasparenza e il rinnovamento della magistratura.